Scuola: costruiamo futuro Qui è obbligatorio sperare
di PIERANGELA FIORANI Anno 2014, fuga dei prof dalla scuola. Il motivo? «Stipendi inchiodati, fatica e impegno non riconosciuti». «E paura che venga una nuova Fornero che rimetta mano al capitolo pensioni e allontani anche di più i tempi per uscire». Sì, sono tanti gli insegnanti che lasceranno entro l'anno. Ma tra quelli che restano prevale la speranza, vince la voglia di combattere insieme ai ragazzi per costruire il futuro. «Resistere? È obbligatorio. Dove, se non qui dove la scommessa è proprio su quello che verrà?» Lo dice Franca Bottaro, dirigente di uno degli istituti più grandi della provincia, il Volta di Pavia, e reggente all'Ipsia, professionale che vive la frammentazione su tre sedi e conta più che mai nella veloce costruzione del nuovo polo scolastico in zona Cravino per 600 ragazzi Il Volta è come un paese che non spegne mai le luci. Le porte si aprono alle 7 del mattino e non si richiudono prima di mezzanotte. 1200 studenti che arrivano ogni giorno per i corsi di geometra e per l'artistico, 140 docenti e una 30ina di persone nei servizi amministrativi. Poi ci sono i corsi serali per geometri e ragionieri, quelli per la licenza media e quelli di italiano per gli stranieri. Ma c'è anche il biennio di diploma superiore. E molto altro, compreso un riconoscimento Unesco di cui vanno molto fieri. «La crisi? Certo che bussa anche qui - dicono gli insegnanti del Volta. Lo capiamo da tante cose. Magari emerge al momento dell'organizzazione delle gite, ma non solo. Vediamo genitori più stressati e c'è la necessità di giocare un ruolo di supporto psicologico più forte con i ragazzi». «Il dirigente scolastico dovrebbe essere un burocrate - dice Bottaro - ma su di noi finisce per arrivare un carico enorme e variegato di responsabilità. Non si può sacrificare il rapporto con i ragazzi. Quello per me resta fondamentale». E pensare che con una laurea in architettura aveva giurato a se stessa «non insegnerò mai». «Poi sono venute le prime supplenze. Ho scoperto un mondo. I ragazzi che fanno mi inorgogliscono, così come i legami con il sociale, tutto ciò che mette in campo dei valori». Cita Erri De Luca: non la chiamate gente. Ed è così davanti ad ogni ragazzino che cresce, soprattutto se ha un problema. Ma ammette con franchezza: «La scuola ha un ruolo forte, ma deve riconoscere che non può far tutto da sola. I ragazzi? Li si può proteggere fino ad un certo punto e poi... A volte sono aggressivi perché si portano sulle spalle situazioni pesanti che non possono lasciare fuori dalla classe». La preside Bottaro pensa alla difficile situazione dell'Ipsia «dove un unico edificio potrebbe aiutare a delimitare tanti problemi a cominciare dalla sicurezza». L'elenco è lungo: laboratori, palestra, continue migrazioni da un luogo all'altro, sali-scendi dai bus. E i professori? «Alcuni sono stanchi. Stress da lavoro, necessità di rimodellare la relazione con gli studenti». Non è l'impressione che si ha affacciandosi in qualche aula dell'artistico dove si vedono docenti e alunni impegnati in attività che trasmettono energia e complicità di visione insieme. Più dura la vita nella scuola media? Anche qui però è obbligatorio resistere. Lo sa Giulia Codara, docente di inglese con 24 anni di carriera, e lunga esperienza come collaboratrice del preside alla scuola media di Villanterio. Che vuol dire arrivare a scuola alle 7 del mattino o giù di lì per lasciarla magari alle 9 di sera se, dopo le lezioni, c'è anche una serie di consigli di classe o un consiglio d'istituto. Resistere a cosa? «Prima di tutto al senso di demotivazione che c'è. Poi davanti ai problemi gravi dei ragazzi, alla difficoltà nell'attenzione scolastica». E ancora? «Nonostante ci siano strutture vecchie, non certo al passo con gli indirizzi didattici nuovi che la scuola intende darsi». Che cosa vorreste? «Non lavorare di meno, ma poterlo fare meglio». E invece? «Invece mancano le risorse di personale qualificato come gli insegnanti di sostegno sempre più latitanti e la crescente difficoltà nel riconoscere i bisogni educativi speciali dei ragazzi». E sì che la scuola media coincide con un momento di età delicata, una fase di crescita personale in cui la disattenzione, il disagio non stanno mai fuori dalla porta. «C'è l'esigenza dei ragazzi di essere ascoltati - spiega Codara -. Famiglie allargate, separate, figli costretti a confrontarsi dentro nuove convivenze. Senza contare la presenza di alunni stranieri che arricchiscono il gruppo classe, ma richiedono particolarissima attenzione». Tutto sulle spalle dei docenti. E cresce la difficoltà di rapporto con le famiglie. «Avvertiamo un forte scollamento tra le regole che la scuola riesce a tenere e il non rigore a livello familiare, sociale, di tempo libero. Succede come quando in una famiglia i genitori non sono d'accordo sulla gestione educativa del figlio». E a casa? «I ragazzini - racconta la prof Codara - sono spesso da soli, i genitori lavorano fino a sera e non sanno cosa fanno i figli nel tempo libero. Allora si vorrebbe che la scuola facesse da supplente a tante necessità. Lezioni anche al sabato non più come negli anni ‘90 quando si chiedeva la settimana corta per il weekend fuori porta. Oggi spesso chi ha il lavoro è impegnato pure di sabato». L'impressione - dicono gli insegnanti - è quella di avere a che fare con ragazzi deprivati di molte cose, anche se hanno tutto più di prima. Anna è a pochi mesi dalla pensione. Ha sempre insegnato matematica in una scuola professionale di Milano e dice: «Oggi più di ieri vedo che i ragazzi hanno bisogno di regole fatte rispettare ma anche rispettate per prima cosa da noi docenti. Sì, non cercano scorciatoie. Ma quanti problemi oggi più di sempre portano a scuola dove sperano di trovare anche qualcuno che li ascolti». Provano a sdrammatizzare al Volta: «I problemi dei ragazzi sono simili a quelli che c'erano in passato, solo vengono affrontati in modo diverso. L'atteggiamento delle famiglie certamente è spesso iperprotettivo». La scuola lamenta che la famiglia rinuncia, viene meno al suo dovere dice nel suo ultimo libro "L'educazione impossibile" Vittorino Andreoli. «Ma - aggiunge lo psichiatra-scrittore - se anche esistesse la madre perfetta non darebbe garanzie: nella crescita agiscono la scuola, i pari, la società, la tv, i social network. Solo tutti insieme possono educare». La scuola, da queste parti, è intenzionata a fare la sua parte. «I ragazzi arrivano spesso da noi con problemi di disistima - dice Elena Montinari, docente di lettere all'indirizzo grafico del Cossa -. Li aiutiamo a capire capacità, attitudini. Quando escono sanno il fatto loro». Come fate? «Le risorse sono poche e non è giusto, ma ci mettiamo le nostre personali capacità e molta creatività. Si fa teatro, ad esempio. Un modo per imparare nuove relazioni. Per progettare, per non rinunciare a sognare. Lo so che non è bello puntare solo sull'entusiasmo ma non rinunciamo. E li seguiamo anche dopo. Come fossero figli nostri». Parla da un osservatorio privilegiato Anna Turra, docente di latino e greco al liceo Foscolo. E lo si avverte subito. «Insegno dal 1976, sempre nei licei - dice -. Il mio è un lavoro privilegiato, bello, mai ripetitivo. Un dialogo che è cominciato quando avevo poco più dell'età dei miei alunni. Certo bisogna essere attenti alle dinamiche del mondo giovanile. Non è più come 30 anni fa, ma i ragazzi sono fantastici, intelligenti. Non sempre arrivano preparati. Oggi dico loro: fidatevi delle regole e poi lavorateci attorno». «Certo - prosegue - le dinamiche emotive, familiari sono cambiate. Prima c'era più senso della legalità, della giustizia. Oggi anche questo diventa materia di formazione. Occorre rilevare i disagi, poi prendersene cura e indirizzare verso chi ha gli strumenti giusti per intervenire. Operazioni da fare in punta di piedi, con lucidità. Sì, è più complesso, i contenuti sono più estesi e difficili. Alcuni ragazzi non sono sereni, si acutizzano certi problemi e sono venute a mancare alcune zone di coesione. Ma io resto idealista. Voglio bene ai ragazzi. Ho fiducia anche se il mondo è sempre più complesso e qualche timore in più c'è». Se tornasse indietro rifarebbe questo lavoro, è la domanda che viene da fare a tutti. Risponde Giuseppe Della Casa, docente di cucina e gestione dei servizi di ristorazione al Cossa, 52 anni e «altri 15 di lavoro prima della pensione». «Tra 10 anni ne avrò 50 più di questi ragazzi. So che il rapporto sarà sempre più difficile. Mi sento un po' prigioniero ma sono conscio anche di essere fortunato. Perché un lavoro io ce l'ho». E poi? «Poi bisogna aiutarli. La preoccupazione per loro c'è, per i contesti in cui crescono. E per il futuro di cui essi stessi hanno paura. Perché non sanno come sarà, cosa potranno fare. E dove. Ma con la necessità da parte loro di trovare lavoro il più in fretta possibile».