LA STRADA STRETTA DI MATTEO

di VITTORIO EMILIANI Dopo tante prudenze pare arrivato il momento del decisionismo politico, della "politique d'abord!", se si vuole sfruttare la brezza della "ripresina", e, più ambiziosamente, come ha detto Matteo Renzi, «uscire dalla palude» in cui l'Italia ristagna. Le valutazioni sulle modalità extra-parlamentari con le quali si giunge a questo incarico di governo restano critiche, anche se dal '46 ad oggi non sono certo una novità. Qui siamo di fronte ad un segretario di partito il quale diventa, se tutto andrà per il verso giusto, capo del governo senza essere un eletto dal popolo. Anche se Renzi ha dietro di sé il forte consenso di primarie decisamente "allargate" al di fuori della cerchia del suo partito. Che, dato non secondario, mette in campo per la corsa a Palazzo Chigi un terzo leader dopo Bersani (mai arrivato, non per sua colpa, al traguardo finale) e dopo Letta che nel fatidico palazzo c'è stato nove mesi e spiccioli. Un rischio che qualcuno considera molto alto. La partita decisiva di Renzi si gioca soprattutto su un rilancio delle imprese che porti con sé anche la creazione di posti di lavoro non precari. L'aperta ostilità dimostrata da Confindustria al governo Letta potrà dunque mutarsi in un concreto favore al governo Renzi? Il giovane ma già sperimentato politico fiorentino ha molte conoscenze e molti appoggi fra le aziende che fanno da traino e progetta di portare qualche loro esponente (Andrea Guerra di Luxottica?) nel suo esecutivo. Per una politica che non sia prigioniera del "rigore", della "austerità" neo-liberista a cui si è mostrato invece troppo ligio Letta? È probabile. Certo così si inoltra per un sentiero stretto che gli può procurare sostegno in sede nazionale e però ostilità in sede europea. Molto dipenderà, certo, dai ministri che si sceglierà, dal credito che, in particolare, godrà il nuovo titolare dell'Economia a Bruxelles (e magari a Berlino). Dove Matteo Renzi non ha ancora fatto pratica politica. Fino a ieri egli affermava di mirare soltanto alla segreteria del Pd e quindi non ha mai enunciato, se non per grandi titoli, un proprio programma di politica, di politica economica in particolare. Ora deve essere più chiaro ed esplicito. Anche se, con ogni probabilità, metterà in campo un abile mix di misure spettacolari sui costi della politica e di misure sostanziose su fisco, lavoro ed economia. Impresa non facile in un Parlamento la cui macchina bicamerale è già ingolfata da parecchi decreti legge in scadenza e dove il M5S riserva pochissimo spazio alle commissioni per godere ogni giorno dell'eco amplificata dell'aula. Quasi tutto passa in commissione in sede soltanto referente, finendo perciò in aula. E qui rallenta. A questo punto si fa intravvedere il buon rapporto diplomatico fra Renzi e Berlusconi («opposizione responsabile», ha assicurato ieri). Cosa che però mette in fibrillazione Alfano e i suoi i quali si sentono scavalcati e pretendono, almeno a parole, di scrivere in dettaglio il programma di governo. E desta inquietudine nella base del Pd dove l'opposizione di Cuperlo e della sinistra resta in attesa delle mosse decisive del leader (Civati è schierato per le elezioni e per un nuovo centrosinistra). Del resto Renzi ha proposto - con «smisurata ambizione» - l'orizzonte 2018, quindi un governo di legislatura. Gli può bastare la maggioranza (non solidissima al Senato) che sosteneva Letta? Può rimanere unita tale maggioranza di fronte a provvedimenti particolarmente incisivi con un Alfano che continua a parlare di governo «di emergenza e non politico»? Né Renzi può utilizzare, in alternativa, il "forno" di sinistra rappresentato da Sel. Si può reggere quattro anni così? Renzi potrebbe puntare a creare attorno al suo forte decisionismo un clima talmente favorevole da consentirgli poi elezioni politiche anticipate. Sempre che a quelle europee il Pd abbia successo. Mancano solo cento giorni. ©RIPRODUZIONE RISERVATA