Ue, a rischio la clausola da 3 miliardi
di Lorenzo Robustelli wBRUXELLES C'è fiducia, c'è rinnovata stima, però l'Unione europea si è un po' stufata di questa Italia che presenta il suo terzo governo in poco più di due anni e questa volta c'è la penalizzazione. Si parte da meno tre, da meno tre miliardi che, con qualche sforzo, si sarebbero concessi al governo di Enrico Letta e che non ci saranno, almeno ora, per quello che lo seguirà. Poi c'è un'altra cosa sulla quale l'Europa non transige: la crisi va risolta presto, come chiede la cancelliera tedesca Angela Merkel, e su questo qualche riposta da Roma la si è vista, e apprezzata. Non è che a Bruxelles si amasse Letta più di Mario Monti (anzi) o più di Matteo Renzi, il fatto è che il lungo lavoro iniziato dal professore e continuato dal premier dimissionario subisce, di fatto, un nuovo stop, anche perché proprio in Italia si è omesso di fare i compiti a casa, causa troppa confusione nelle ultimissime settimane. E dunque le dimissioni di Letta non sono state accolte proprio bene a Bruxelles, regno della "stabilità", e la prima conseguenza è che sembra si potrà dire addio alla "clausola per gli investimenti", quel margine che l'Italia, che si mostrava virtuosa sul fronte del rapporto tra deficit e Pil, aveva ottenuto per aumentare la spesa pubblica in investimenti di tre miliardi. Renzi dovrà cominciare da meno tre. La promessa del commissario agli Affari economici Olli Rehn al ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni, un po' di flessibilità in cambio della certezza che Roma stesse lavorando a mettere i conti in ordine, per il momento è sospesa. Saccomanni a Bruxelles all'Ecofin di martedì prossimo (ma forse ci sarà già il suo successore) avrebbe dovuto portare i dati della spending review, ma a quanto pare i documenti non sono nemmeno stati preparati. A Roma ieri il ministero dell'Economia, con un comunicato, sosteneva che le regole poste da Bruxelles sono «prive di utilità in quanto richiederebbero una manovra restrittiva di pari entità». Si allargano le braccia negli ambienti dell'Eurogruppo: l'Italia non ha davvero molti motivi per sperare nella clemenza di Bruxelles. Matteo Renzi però, a parte questa penalizzazione, non parte malissimo. Preveggente lui (e anche lei), nel luglio dello scorso anno ha fatto un giro a Berlino per incontrare Angela Merkel, che trovava «interessante» l'enfant prodige della politica italiana e voleva incontrarlo. Il sindaco di Firenze disse di aver informato Enrico Letta prima di partire, ma quell'appuntamento segnò il punto di non ritorno nel rapporto tra i due. Ieri però Merkelnon è stata tollerante e ha chiesto che la crisi si risolva «rapidamente». Stesso concetto nelle parole del presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso, che ha voluto fare un comunicato dedicato a Renzi, definito «impegnato come europeo». Il portoghese ha ricordato di avere incontrato il futuro capo del governo italiano «in diverse occasioni» e ha osservato che «la posizione italiana è sempre molto leale rispetto al progetto europeo». In ogni caso l'Ue «resta fiduciosa nel fatto che l'Italia continuerà con le riforme strutturali e gli sforzi di consolidamento dei conti pubblici». Le stesse parole a ogni cambio di governo. C'è molta pazienza a Bruxelles, l'Italia è un grande Paese che va sostenuto, altrimenti il suo crollo potrebbe diventare contagioso per tutti. Ieri almeno c'era qualche soddisfazione nel l'immaginare che, almeno durante il semestre di presidenza italiana dell'Unione che inizierà il primo luglio, non dovrebbero esserci fibrillazioni nel governo. lorenzo@robustelli.eu ©RIPRODUZIONE RISERVATA