L'ULTIMA MOSSA DI ENRICO

di RENZO GUOLO Letta annuncia che lunedì si consulterà con il Qurinale e avvierà un'inziativa per superare l'impasse tra il governo e il Pd, suo azionista di riferimento. Il Presidente del Consiglio cerca così di sfuggire allo scacco matto di Renzi, inziato con l'intesa sulla legge elettorale e proseguito accogliendo la richiesta della minoranza Pd di "cambiare schema" sul governo. Nella complicata partita con il Fiorentino, il Pisano cerca dunque di rovesciare il gioco attraverso la mossa del cavallo. Nella nobile arte degli scacchi scacco matto deriva dal termine farsi, persiano, Shah Mat, che significa insieme "re sconfitto" e "re indifeso". Letta non si sente ancora nella prima condizione ma sicuramente nella seconda. Ha una sola possibilità di sfuggire al dirompente attacco dell'avversario: appunto, occupare tutte le caselle della scacchiera. Così Letta anticipa Renzi, che aveva fissato nella direzione Pd del 20 febbraio luogo e tempo del chiarimento, sperando nell'appoggio del Colle e in quello di Alfano. La mossa del cavallo si concretizza non certo in un Letta bis, una volta dimessosi il Pisano richia di non tornare più a Palazzo Chigi, bensì in un rimpasto. Parola che rende assai allergico Renzi. Non solo per il suo evocare antichi riti della Prima Repubblica, ma perché è difficile che tra due settimane il Fiorentino possa mettere in discussione un governo che ha appena cambiato parte dei suoi ministri meno brillanti e popolari e che si impegna a realizzare quel programma "Inpegno 2014" da tempo fermo anche per le continue docce fredde di Renzi sull'attuale esecutivo. Letta ha fretta, perché teme che un incidente parlamentare, in particolare sulla conversione dei decreti in discussione alle Camere prima ancora che sulla legge elettorale, possa appiedarlo da un momento all'altro. Troppi gli chiedono di andarsene: le parti sociali, Confindustria e Cgil in testa, ma anche la minoranza Pd, decisa ormai a andare a vedere il gioco di Renzi mettendogli sulle spalle l'onore e l'onere di guidare il governo. Per rispondere all'azzardo di Renzi, Letta osa, dopo lungo immobilismo, un arrocco. Una mossa che, tradizionalmente, mette in sicurezza il re, ovvero Letta stesso; ma che se non è accompagnata da una vera e propria strategia consente all'avversario di limitare i danni sacrificando solo pezzi leggeri. Letta, infatti, non può pensare di conivolgere esponenti renziani di peso nel nuovo esecutivo. Il Fiorentino, ancora in preda al dilemma se andare o meno subito a Palazzo Chigi senza passare per le urne, non trarrebbe alcun vantaggio da simili sviluppi. Dunque al Pisano non resta che sperare nel coinvolgimento di renziani d'area, meglio ancora se accademici; al massimo promuovendo Delrio agli Interni al posto di Alfano che per sopravvivere e meglio negoziare il ritorno a casa Berlusconi deve passare indenne le prove delle elezioni europee e amministrative e, dunque, dedicare più tempo al suo partito. Un mossa difficile, quella di Letta. Liquidata da Renzi con un lapidario «era ora», che non promette nulla di buono. Un colpo alla strategia lettiana lo ha dato anche la minoranza Pd, che ora punta a spingere l'inquilino di Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi. Se l'operazione si rivelasse produttiva, rivendicherebbe così di aver indicato la soluzione giusta; se andasse male, mostrerebbero che nessun leader in solitario può mutare la politica italiana. Per questo Letta è ora più solo che mai è si appresta a giocare un finale di partita che, per cultura politica , avrebbe preferito impostare senza scoprirsi troppo. La sua ultima carta è l'intesa con il Qurinale. Ma se al Colle ci si convincesse che legge elettorale e riforme istituzionali necessitano di un quadro politico diverso, Letta resterebbe anche senza quell'ultima e decisiva difesa. Dovrebbe così lasciare il posto a Renzi, che continua a escludere di governare con Berlusconi ma non più di non andare a Palazzo Chigi senza passare per le urne. Magari con una maggioranza diversa, sorretta anche da un nutrito gruppo di dissidenti grillini. Un governo di scopo che, completate le riforme, porterebbe poi rapidamente il paese al voto. ©RIPRODUZIONE RISERVATA