Renzi: «Sul governo decidiamo il 20»
di Nicola Corda wROMA Renzi punta tutto sulle riforme. Legge elettorale e nuovo Senato sono le carte che il segretario del Pd porta in direzione. Sull'Italicum «non facciamoci spaventare da Casini che torna nel centrodestra. Se tornano a vincere, il problema siamo noi, non lo schema della nuova legge» avverte il segretario. Riforme che per Renzi stanno mettendo fuori gioco il Movimento 5 Stelle: «Non è un caso che i toni si sono alzati quando Grillo ha capito che facciamo sul serio e così tiene i suoi deputati come prigionieri politici incastrati nel blog». Lo snodo vero della direzione del partito ieri passava però sul futuro del governo, su quelle voci sempre più insistenti di rimpasto - o addirittura staffetta - tra Renzi e Letta. I due si sono affrontati davanti al parlamentino Pd ma giocando sottile, aggirando l'ostacolo e rinviando il duello alla prossima direzione. «Rimpasto è roba da prima Repubblica, se il presidente del Consiglio ritiene che le cose vadano bene vada avanti, se ha delle correzioni o modifiche indichi quali e giochiamo a carte scoperte». Renzi dice di voler difendere il governo non per ruolo ma «per convinzione» lasciando così al premier la scelta di come uscire dallo stallo. «Non voglio galleggiare, tutto voglio tranne che questo», ha risposto Letta sposando in pieno la corsa alle riforme, e indicandole come la soluzione al groviglio creatosi dopo le elezioni dello scorso anno che hanno obbligato alle larghe intese. Piena sintonia anche sulla lettura del fenomeno sempre più aggressivo dei 5 Stelle, sull'origine delle reazioni di protesta e dei toni fuori dai cardini istituzionali. Perciò, anche per Letta, bisogna fare in fretta, e il Pd deve presentarsi all'appuntamento con le elezioni europee «con la legge elettorale approvata e il primo passaggio parlamentare della riforma costituzionale» del Senato e del Titolo V sulla legislazione delle materie concorrenti tra Regioni e Stato. Renzi nella sua replica, ammette di non aver «volutamente calcato la mano sul governo», ma ha rifiutato l'accusa «di guidare un partito che non difende l'azione di Palazzo Chigi». Se incontra difficoltà «il problema non è il Pd, non ci siamo mai allontanati dallo schema iniziale dei 18 mesi per fare le riforme». Ma nel dibattito è stata la minoranza del partito a incalzare il segretario, invitandolo a uscire dalle ambiguità sul rapporto con l'esecutivo. Prima Fassina e poi Cuperlo hanno chiesto una discussione franca. «Seppelliamo pure la parola rimpasto - dice Cuperlo - chiamiamolo vera ripartenza ma saldiamola a un nuovo accordo programmatico. Letta faccia questo sforzo, se non ci sono queste condizioni, allora si discuta di un'alternativa». Sia il partito a decidere la strada, Renzi in campo o Letta bis, le opzioni della sinistra che chiede di discutere senza paure e magari senza la diretta web. Fassina pressa ed evoca l'ipotesi delle urne: «Se non si trova un'intesa, assumiamoci la responsabilità di dire che in questo Parlamento non ci sono le condizioni per un governo efficace, non facciamoci logorare tutti e scegliamo la strada elettorale». Per uscire dall'angolo la minoranza punta ad avere «più Renzi e renziani nell'esecutivo» e uscire così dalla morsa delle larghe intese che lo condizionano politicamente. Per fare chiarezza sull'orizzonte del governo il segretario non si tira indietro e apre, dando la disponibilità a dedicare la prossima direzione al tema che scotta. «Dedichiamola a discutere delle valutazioni sul governo in una logica di franchezza, non ho alcun problema - risponde Renzi - disponibile a posticipare la discussione sul "jobs act" e dedicare la riunione del 20 febbraio a questo tema, dopo aver approvato, ragionevolmente, in prima lettura la legge elettorale». Un segnale che il segretario lancia a tutte le componenti del partito invitando a non lasciar cadere l'occasione perché nel Pd si trova «l'unico luogo dove si può discutere di politica, e le riforme che abbiamo in mano sono l'unica speranza». ©RIPRODUZIONE RISERVATA