Morì di infarto, perizia accusa i medici

LANDRIANO Un altro furto all'autolavaggio Catarozzo, in via Ricotti a Landriano. Dal magazzino sono sparite alcune attrezzature, tra cui una idropulitrice, e gasolio. I proprietari se ne sono accorti ieri, quando sono entrati all'interno del locale per recuperare alcuni attrezzi. Solo a quel punto si sono resi conto di un varco nella rete che circonda l'attività. Qualcuno ha tagliato la rete ed è entrato all'interno, probabilmente di notte. «Dovevamo lavare alcuni mezzi e siamo andati all'interno del magazzino – spiega Fabio Catarozzo, il figlio del titolare –. Così ci siamo accorti che mancavano un sacco di attrezzature per il lavoro. E' l'ennesimo furto che subiamo e questa situazione ci sta parecchio danneggiando. In passato ci hanno più volte svuotato i serbatoi e una volta sono perfino entrati dalle finestre che sono a dieci metri di altezza. Non sappiamo più come difenderci. Ovviamente faremo presto denuncia». (m. fio.) di Maria Fiore wCERANOVA Gli infermieri lo avevano trovato che rantolava nel suo letto, con il campanello dell'allarme stretto tra le mani. Campanello guasto, secondo le verifiche fatte dai carabinieri subito dopo. Ma secondo quanto stabilito dalla perizia depositata in questi giorni, Giovanni Barone, 60 anni di Ceranova, fruttivendolo, in quel reparto di Medicina dell'ospedale di Militello, in provincia di Catania, non avrebbe neppure dovuto esserci. «Doveva essere ricoverato in terapia intensiva, visto che c'era un infarto in corso», spiega l'avvocato Claudio Fagone di Catania, che rappresenta gli interessi della famiglia del 60enne, morto il 21 agosto scorso mentre si trovava in vacanza a Militello, suo paese di origine. Al pronto soccorso, l'uomo ci era arrivato il 14 agosto, per problemi respiratori. I medici avevano deciso il ricovero e prescritto gli esami del sangue. Già in quella circostanza, secondo la stessa consulenza, erano stati trovati valori troppo alti di troponina, un enzima che può essere spia di un infarto in corso. Era stata invece diagnosticata una possibile broncopolmonite. «Così il paziente viene portato in Medicina – spiega ancora il legale –. I familiari vengono tranquillizzati e l'uomo viene ricoverato in una stanza da solo, con una mascherina che avrebbe dovuto aiutarlo nella respirazione. Qui, a nostro avviso, l'errore di diagnosi viene reiterato, perché si conferma la diagnosi di broncopolmonite». Nella notte di ferragosto le condizioni del paziente si aggravano. Viene ricoverato d'urgenza in Rianimazione, ma muore dopo sette giorni di coma. La procura apre un'inchiesta e iscrive nel registro degli indagati i tre medici del pronto soccorso. «Per noi ci sono responsabilità anche da parte dei medici del reparto di Medicina», dice ancora il legale. Ma l'inchiesta non è conclusa. Il consulente nominato dalla procura di Caltagirone ha depositato le sue conclusioni, che confermano l'errore della diagnosi ma lasciano aperti dubbi sul nesso tra la gestione del paziente e il decesso. «Per noi non ci sono dubbi sui ritardi e sulle lacune dell'ospedale – prosegue il legale –. Basti pensare che nemmeno il campanello funzionava». Il pubblico ministero, comunque, ha disposto ulteriori indagini ed è ancora in corso l'inchiesta dei carabinieri del Nas, che avevano svolto un sopralluogo nella struttura, per accertare che tutto fosse a norma. «Noi chiediamo solo giustizia – dice il figlio della vittima, Giuseppe Barone –. Nessuno potrà ridarmi mio padre, ma quello che è successo a lui non deve accadere mai più». @mariafiore3 ©RIPRODUZIONE RISERVATA