Alfano: ministri renziani o crisi

di Nicola Corda wROMA «Un nuovo governo con ministri renziani, altrimenti meglio chiudere e andare a votare». Con il braccio di ferro in corso sulla riforma elettorale, è Angelino Alfano a piazzare l'ennesima mina sulla legislatura. Il legame di un rimpasto con uomini «riconducibili al segretario del Pd» in questa delicatissima fase sulla riforma del voto riporta alle voci insistenti che dietro l'accordo con il Cavaliere ci siano le urne anticipate. Renzi ha sempre smentito in modo categorico ma la fretta di ottenere il semaforo verde per l'Italicum in una settimana, fa dubitare gli alfaniani che ora si dicono pronti a far saltare la maggioranza. «Discutiamo di legge elettorale e va benissimo - dice il leader del Nuovo centrodestra - ma la crisi è drammatica, dobbiamo dedicarci al governo che non può subire un piccolo maquillage». Impegni per i quali Alfano chiama in causa direttamente Renzi: «O il Pd sostiene con convinzione l'esecutivo, oppure non vale la pena proseguire». La mossa sarà gradita anche a Enrico Letta che ha provato a inchiodare il segretario del suo partito a un nuovo patto di governo da portare in dote all'incontro previsto per oggi a Bruxelles con la Commissione Europea. Ma Renzi ha fatto slittare l'accordo e così Letta, scortato dai ministri Bonino, Saccomanni, Moavero e Trigilia, sbarca senza i nuovi innesti sperati, due interim sulle spalle e un'agenda di riforme e privatizzazioni accompagnata per ora solo dalle migliori intenzioni. Prima con il presidente Van Rompuy, poi con il collegio dei commissari guidati da Barroso, il focus degli incontri del premier sarà puntato sul semestre di presidenza italiana che partirà nella seconda metà dell'anno. Una missione per spiegare quale contributo potrà dare l'Italia all'Unione, alle politiche europee e alle misure per uscire dalla crisi. Letta da sempre ripete che il rigore sulla politica monetaria non può sacrificare l'azione per lo sviluppo e la crescita. Sui colloqui peseranno gli ultimissimi giudizi di Standard&Poor;'s che nel suo rapporto diffuso ieri ha convalidato il rating negativo per l'Italia (ora BBB). Dubbi confermati «malgrado alcuni segnali di un inizio di ripresa economica e di minori problemi a livello fiscale». L'agenzia prevede che la debolezza del mercato del lavoro, assieme a condizioni di credito difficili, limiteranno la crescita media dell'economia italiana allo 0,5% annuo fino al 2016. Tuttavia, S&P; guarda all'Italia con attenzione per le «decisioni politiche in agenda quest'anno, che potrebbero avere conseguenze importanti sulla performance economica del Paese». L'auspicio è che l'Italia vari riforme per la crescita ma anche un nuovo sistema elettorale «senza il quale un prossimo ritorno alle urne porterebbe a coalizioni ancora più frammentate e a misure politiche potenzialmente deboli». ©RIPRODUZIONE RISERVATA