"Vera vuz", risate ma anche riflessioni nel lavoro di Erba
di Pier Angelo Vincenzi wMILANO Colpi di scena, risate ma anche parecchi spunti di riflessione: sulla nostalgia della giovinezza come tempo dei sogni e delle speranze, tempo delle possibilità; ma anche su una lingua, una voce appunto, capace di esprimere il vero sé. Di qui il titolo "Vera vuz". Successo di pubblico per lo spettacolo del drammaturgo pavese Edoardo Erba in scena, fino al 2 febbraio, al teatro Out Off di Milano (via Mac Mahon 16, intero 18 euro, dal martedì al venerdì ore 20.45, sabato ore 19.30, domenica ore 16, info e prenotazioni 02/34532140 o www.teatrooutoff.it). Una risposta da parte del pubblico tanto più significativa se si pensa che lo spettacolo in prima nazionale è, al 99 per cento, in dialetto pavese (con tanto di slide in italiano). Ambientato in un Messico immaginario, il lavoro trae spunto da un articolo del Guardian in cui si raccontava dell'imminente scomparsa di sessantatre lingue di origine olteca, una delle quali parlata da due persone soltanto. Una suggestione troppo forte per non essere tradotta in un testo teatrale. Operazione riuscita: Erba, ottimamente sostenuto dalla regia di Lorenzo Loris e dall'interpretazione di Gigio Alberti (Manuel), Mario Sala (Isidro) e Monica Bonomi (Felipa, Maricruz), riesce a rendere universale uno spettacolo il cui rischio principale era proprio quello della marginalità. Perché il dialetto pavese è lingua parlata da pochi, se non «praticamente scomparsa» come ha spiegato l'autore di "Vera vuz". La vera voce di cui si parla nello spettacolo serve quindi a illuminare un mondo scomparso, che non c'è più. Cui Manuel e Isidro faranno echeggiare per un'ultima volta. Gigio Alberti, Mario Sala, Monica Bonomi sono bravissimi a rendere il senso di commiato che la scomparsa di una lingua porta inevitabilmente con sè. «Volevo una recitazione primitiva, quasi un grado zero dell'espressività», spiega il regista Lorenzo Loris. «Certo, cimentarsi in una lingua che non è la tua è difficile – spiega Monica Bonomi – ma la scelta linguistica è funzionale alle tematiche che Edoardo, qui alla sua prima opera in dialetto, voleva affrontare. "Vera vuz" è un testo sulla perdita: l'uso del dialetto pavese si presta a una riflessione sui rischi connessi alla omogeneizzazione culturale». «Io sono stato facilitato dal fatto che ormai sono pavese d'adozione», dice Mario Sala. «Mentre io e Monica – interviene Gigio Alberti – siamo stati costretti a partire da zero nello studio del pavese». Che gli spettatori del teatro Out Off non faticano a capire: un po' per la somiglianza con il milanese e un po' grazie alla bravura degli attori sul palco.