Morì nell'incidente, risarciti i genitori
di Maria Fiore wCOPIANO Un pomeriggio di luglio di tre anni e mezzo fa Monica Vigorelli, operaia 40enne di Copiano, esce dalla ditta di Milano dove lavora e sale sul suo motorino, per raggiungere un mezzo pubblico che la riporti a casa. Ma dai genitori non ci arriva: un furgone, guidato da Josè Antonio Avila, di origini sudamericane, la investe in un viale. Dopo quasi tre settimane di coma, all'ospedale San Raffaele di Milano, la donna muore, per le ferite troppo gravi riportate nell'incidente. A distanza di tempo da quella tragedia (l'incidente si era verificato il 5 luglio e la donna era morta il 23 luglio), si è chiusa in tribunale a Milano la causa civile: il giudice Adriana Cassano Cicuto della dodicesima sezione del tribunale ha riconosciuto a ciascuno dei genitori della vittima un risarcimento di 250mila euro. «Mia figlia, la mia unica figlia, non c'è più e nessuna cifra la farà tornare indietro – dice Renata Rizzi, sua madre, tra le lacrime –. Chiediamo solo silenzio su questa vicenda dolorosa. Dal giorno dell'incidente la nostra vita è un inferno. Troppo difficile andare avanti». Ogni tappa in tribunale è, per la famiglia, una ferita che si riapre. Oltre alla causa civile, infatti, è ancora in corso il procedimento penale per omicidio colposo. In attesa di una definizione di questo processo, il tribunale di Milano si è pronunciato sulla richiesta di risarcimento, per il danno biologico e morale subìto. Oltre all'investitore, era coinvolta nella causa anche la compagnia di assicurazione Groupama che copre i rischi del conducente del furgone. A carico dell'assicurazione e del guidatore, il giudice in sentenza ha anche disposto l'obbligo di fare fronte alle spese di giudizio. La compagnia di assicurazione, peraltro, aveva già fissato un risarcimento complessivo di 200mila euro. Ma il giudice civile ha rivisto l'importo del risarcimento, decidendo per un'altra cifra. A questo punto, assicurazione e il conducente potrebbero impugnare la sentenza davanti alla Corte di appello. «In tribunale la vicenda non si è ancora conclusa – dice ancora la madre –, ma a noi genitori non interessa. Non abbiamo nemmeno partecipato alle udienze, perché ogni volta per noi è come una coltellata. Mia figlia stava uscendo dal lavoro, quel giorno, e doveva tornare a casa. Oggi non c'è e niente ha più importanza». (Ha collaborato Annibale Carenzo)