I job center di Blair che ispirano il sindaco

LONDRA Nel quartiere di Islington, nord di Londra, chiunque tra i residenti lo sa indicare: «Certo, il job center, è di fronte alla stazione di Polizia». Ormai succede quasi tutto online, ma la grande insegna verde con la scritta "JobCenterPlus" resta diffusa e immediatamente riconoscibile nel Regno Unito, da quando il programma fu lanciato da Tony Blair nel 2001. Così, anche poco prima dell'orario di chiusura, il via-vai è continuo. Ai job center che in Italia hanno ispirato Matteo Renzi per le sue proposte sul lavoro, in Gran Bretagna ci si va ancora fisicamente. All'ingresso ci sono terminali attraverso i quali accedere ad un database con le opportunità di impiego e i relativi contatti dei potenziali datori di lavoro. «Basta inserire qualche dato e compare una lista, si può anche stampare, è facilissimo», spiega una donna che aspetta sull'uscio un'amica impegnata in un colloquio con uno degli operatori. «Il resto però si può fare tutto online». Non vuole dire di più, ma l'intervista con il personale del centro, che si ottiene previo appuntamento fissato via web o telefonicamente - spesso è il passaggio obbligato per le verifiche prima di assegnare sussidi di disoccupazione e benefit. Per controllare che le energie per trovare un lavoro le si impieghi davvero. Anche oggi che il programma, così come voluto da Blair al grido di «aiutati che lo Stato di aiuta», è cambiato, con lo smantellamento di quell'agenzia pubblica e unica istituita nel 2001 proprio per incrociare l'intervento in termini di lavoro e di Welfare fornendo allo stesso tempo servizi, sostituita un decennio dopo da un'agenzia privata. L'eredità e il modello comunque restano. Con in più l'ausilio del web. Del resto l'humus nel Paese c'era già, nasceva dal quel piano Beveridge che diede i connotati al Welfare State del dopoguerra, ma anche da prima: ci si cimentò perfino un giovane Winston Churchill all'inizio del secolo scorso. La rivoluzione blairiana però - quella che Renzi vorrebbe ricalcare - puntava a modernizzare il processo, rendere il Welfare «attivo» e con l'obiettivo chiaro di un intervento sul mercato del lavoro che portasse ad una maggiore mobilità sociale. Non era a quei tempi tanto il livello di disoccupazione a dettare l'urgenza per il cambiamento, quanto la necessità secondo l'allora leader laburista di liberare le opportunità, di cambiare il rapporto con lo Stato con un patto di mutua responsabilità.