Il segreto di Doña Isabela
di ENRICO CERNUSCHI Fino ad ora i fatti narrati, sia pure con l'integrazione dei pochi, nuovi elementi emersi in merito al ruolo di Federigo, sono ben noti agli storici e chiunque può verificarli, magari su Internet. Alcuni misteri, grandi e piccoli, di quell'avventura restano però privi di spiegazione. Perché le cronache hanno citato certi dettagli, apparentemente insignificanti, e non altri? E come mai la Gobernadora rifiutò gli onori che le erano stati proposti dalla corte madrilena? Quella che segue è una possibile spiegazione. Si tratta di semplici congetture, naturalmente, ma che hanno il pregio, quantomeno, di spiegare tutto, specialmente alla luce dei documenti ritrovati nel 2013. Due giorni prima delle nuove nozze di Doña Isabela, Federigo chiese un'udienza privata. Gli fu concessa e la mattina dopo il nostro fu nuovamente al cospetto di quella strana donna. Grazie al soprassoldo arretrato era vestito come si deve, ma il volto era pur sempre pallido. La governatrice, viceversa, sembrava reduce da un viaggio di piacere. L'incarnato era tornato fresco, roseo e disteso. Soltanto gli occhi tradivano qualcosa delle terribili settimane trascorse. Agitando graziosamente il ventaglio, Doña Isabela, seduta davanti al suo interlocutore, chiese naturalmente il motivo di quella visita. "Eccellenza", rispose l'altro, "ho da chiederle due grazie". "Due?", replicò la governatrice, "E qual è la più preziosa?". "La verità", rispose asciutto Federigo. E pronunciò quella parola non in castigliano (ossia "verdad"), né in portoghese (cioè "verdade"), ma in italiano. "La verità?!". "Si eccellenza". "Cosa intendete?". "Il giorno della partenza da Callao, Eccellenza, voi pronunciaste una parola che non ho dimenticato". La donna smise di agitare il ventaglio chiudendolo. Un gesto banale, ma sembrò minaccioso. "Ero dietro di voi", proseguì Federigo. "Voi non potevate vedermi, ma io sì, e potevo udirvi. Quando quel facchino cadde in acqua coi vostri due bauletti pronunciaste una parola precisa: pastrugnon. E' il mio dialetto, Eccellenza, sono pavese, come sapete". "E allora?". "Niente, ma me ne ricordai quando foste assalite dalle zanzare". A questo punto la Gobernadora rabbrividì. Quegli insetti, tra i tanti con cui era convissuta per mesi, proprio non li poteva sopportare. "Le chiamaste i sinsosal, proprio come diciamo noi e soltanto noi. Da dove venite Eccellenza?". Il tono dell'uomo era deferente, come sempre, ma i grandi difetti di Federigo, collaudati ormai da anni sin da prima d'imbarcare, nel 1588, sulla galeazza Zúñiga alla volta dell'Inghilterra, erano la curiosità e le donne. Vizi pericolosi; forse in quel momento come non mai. La risposta fu secca, immediata e pronunciata con una voce insolita per lei: "Mio padre era portoghese, soldato del conte di Luserna, nel 1557. Perse un braccio in Piemonte e sposò poi mia madre, a Dorno". "Malton!", pensò Federigo stando bene attento a non aprire le labbra. "Perché volete sapere la verità?", continuò lei, e questa volta il tono basso e minaccioso della voce era inequivocabile. "E' come ha detto sua eccellenza il vescovo il giorno dopo l'arrivo della nave a Cavite", ribatté piano Federigo: "La verità è una e una soltanto. E ci fa liberi. E' questa la differenza tra noi e i Luterani, per tacere degli altri". "Allora erano vere le voci su di voi", sorrise la donna, "Siete davvero un prete spretato? Oppure siete fuggito da un seminario?". "Perché conosco il latino? Vengo da una città universitaria, eccellenza". "Insomma, cosa volete? Quanto volete?". "Nulla, ora soltanto un'altra grazia, eccellenza. Ma come è andata?". "E'andata bene", rispose lei. Una pausa di silenzio poi, riaprendo il ventaglio, la governatrice proseguì, di nuovo padrona di se stessa: "Le carte le avevamo già distrutte in precedenza. Troppo pericolose. Ma bisognava perderle davanti a tutti. Aveva combinato tutto Lorenzo, dicendo a quel mentecatto che voleva farmi uno scherzo. Quello stupido, però, per bilanciarsi sulla passerella, portò giù con sé non soltanto un cofano pieno di documenti inutili, ma anche un bauletto di merletti". "Avete avuto pietà di lui". "Sì, e feci bene. Don Álvaro concluse che non ero del tutto malvagia e si convinse, alla fine, a firmare davanti a tutti il testamento che avevamo preparato. C'eravate anche voi". "Lui sapeva, quindi?". "Intuì molto presto qualcosa, ma per lui, oramai, nulla aveva più grande importanza. Sarebbe stato un viaggio di sola andata". "La sostituzione avvenne in Spagna, vero?". "Sì, fu Doña Isabela a cercarmi tra tante. Voleva una cameriera che le assomigliasse. Un gioco, diceva. Non le dissi che sapevo leggere e scrivere, né che mia madre…". La voce tacque. Federigo, per contro, non seppe tacere: "Pedro Fernández, il pilota, sapeva tutto, vero?". "Si, fu l'unico a compiere l'intero viaggio, dall'India al Perù. Cambiammo nave, ma lui intuì tutto e ce lo ritrovammo a bordo". "Chiese molto?". "Ci pensò Maria". "Ed era quello il suo vero nome, era davvero sua sorella?". "Non ha più importanza". La voce della Gobernadora era di nuovo ferma, come quando rispondeva a modo a chi osava interpellarla durante la traversata appena trascorsa. "E ora, qual è la seconda grazia?". Il ventaglio ondeggiava coprendole e scoprendole il viso. "Un brevetto della vostra corte". "Ma io non ho corte". "L'avrete, siete la Gobernadora di Santa Cruz, anche se credo che non tornerete mai più laggiù". "Non sarebbe meglio qualcos'altro?", fece lei sfilandosi un anello, un bell'anello. "Guardate, potreste comprarci un'hacienda". Federigo osservò il gioiello. Da quando era arrivato nel Nuovo Mondo aveva visto dei ragni velenosi, ma nessuno come quella donna. "Il brevetto, eccellenza". "Perché?". "Devo sposarmi anch'io", mentì il nostro, "e la mia promessa sposa non è ricca, ma è comunque figlia di un hidalgo. Con la vostra nomina sarò a posto con le carte e partirò oggi stesso con la nave che salpa stasera. Non ci vedremo mai più". "Dove abita la vostra promessa? A Valparaíso o ad Arica? La nave farà scalo soltanto laggiù". "A sud", taglio corto Federigo. "E sia", concluse lei. "Con questo in mano", aggiunse serenamente alzandosi e avvicinandosi a uno scrittoio che reggeva un cofanetto da viaggio, "non potrei mai accusarvi e punirvi per un furto, un'insubordinazione o un tradimento. Dovremmo discuterne davanti a un giudice, e in tribunale non si sa mai come può andare a finire". In pochi minuti il documento, redatto in due esemplari, fu pronto. "Tenete!", disse infine la donna, dopo che la sabbia sparsa aveva asciugato la carta e che il sigillo aveva impresso il proprio marchio indelebile e nitido sulla cera fusa. Il titolo di guardiano dell'aceto lasciò per un attimo interdetto l'uomo davanti a lei. Sorridente per aver punto, almeno una volta, con una stoccata quell'individuo troppo curioso, la giovane donna della Lomellina aggiunse, subito dopo: "Non avete detto voi che la verità è sacra? Ad ogni modo prendete anche la copia. La spedirete voi stesso alla Generalidad. Adios!". "Addio, eccellenza", rispose l'altro, in italiano. La nave partì puntuale, quella sera, con la marea. Tre uomini (Federigo era un tipo piuttosto alto e robusto, come invero l'aveva descritto, nel 1588, il governatore inglese dell'Irlanda mettendogli una taglia sul capo) lo cercarono vanamente a bordo. Nonostante avesse pagato il passaggio e inviato i bagagli a bordo, il pavese invincibile si era infatti ben guardato dall'imbarcare. Partì qualche giorno dopo, a cavallo, per recarsi a Potosí, città mineraria e selvaggia all'interno del paese. Si trattava, in pratica, del Far West dell'epoca. In seguito deve aver attraversato il Paraguay perché la copia del brevetto arrivata a Barcellona fu spedita da Buenos Aires, in quegli anni un piccolo villaggio di poche centinaia di abitanti, praticamente tutti contrabbandieri. Non sappiamo altro di lui. Doña Isabela Barreto de Castro, già de Mendaña, Adelantada e Gobernadora di Santa Cruz, è un personaggio ben noto nella storia della marineria spagnola. La sua grande avventura ha però interessato raramente la letteratura. Il primo a parlarne in un romanzo fu il celebre scrittore inglese Robert Graves. Titolo dell'opera: "The islands of unwisdom", ossia Le isole senza saggezza. Uscito nel 1949, il volume in questione definisce tutte le donne spagnole coinvolte nella trama come "beautiful e bawdy", cioè oscene, "and a bit depraved". Il massimo della depravazione spettò, naturalmente, alla governatrice, mentre i loro uomini furono descritti come una manica di crudeli sfruttatori. I peggiori di tutti, ad ogni modo, restano i monaci posti dallo scrittore al loro fianco, in quanto alla perenne ricerca di qualcuno da bruciare sul rogo. La morale dell'opera era che gli sventurati nativi potevano trovare conforto soltanto nella superiore civiltà dell'Impero britannico. Uscito nel 1949, quando cioè il governo laburista londinese stava cercando di muovere guerra al generalissimo Franco al doppio scopo di riportare la democrazia in Spagna e di recuperare le partecipazioni nelle miniere del Rio Tinto e in Galizia perse nel 1936, l'opera, nonostante il formidabile stile letterario dell'autore, non ebbe successo, né fu ristampata. Ancora peggio andò (se possibile) in seguito, quando la scrittrice spagnola Matilde Asensi, rifacendosi in maniera molto lata a questa vicenda, creò una specie di versione femminile di Robinson Crusoe, travestita perennemente in abiti maschili come una Lady Oscar ante litteram, spacciando il tutto (chissà perché?) per un trionfo del femminismo. In realtà il punto di forza di Doña Isabela, chiunque ella fosse, fu proprio quello di essere una donna senza farne mai mistero, sia nei confronti di chi l'amò sia di chi ne ebbe legittimamente paura o di chi, come forse capitò al nostro Federigo, pavese invincibile, fece tutte e due le cose. (4, fine. Le altre puntate sono state pubblicate il 2, 3 e 4 gennaio)