La fine della Bergonzi Palazzina in vendita per pagare i creditori
Fondata nel 1947, la Bergonzi ha prodotto macchine untensili per oltre 60 anni. Dopo un breve periodo in cui vennero costruite teste per maschiare, venne avviata una produzione di trapani a colonna e da banco alla quale si affiancò presto quella dei trapani radiali. Sebbene per parecchi anni siano state prodotte anche fresatrici a mensola, sono stati i trapani radiali a diventare sinonimo stesso dell'azienda: ne sono stati prodotti più di 15mila esemplari. All'inizio degli anni '80, invece, fu avviata la produzione dei centri di lavorazione a portale. Fino al 2010 all'interno dello stabilimento lavoravano 29 persone, diventate nel giro di un anno 24. Nel 2012, quando il titolare ha deciso di chiudere l'attività, c'erano ancora all'interno dell'azienda 18 dipendenti. di Maria Fiore wPAVIA I creditori della Bergonzi, la ditta di macchine utensili sulla Vigentina che lo scorso anno ha chiuso i battenti dopo 65 anni di attività, sono soprattutto i dipendenti che lavoravano nello stabilimento. In tutto nell'azienda erano rimaste 18 persone, dopo che il personale era stato dimezzato da due cicli di cassa integrazione straordinaria e uno di cassa ordinaria. I lavoratori aspettano ancora arretrati e Tfr, che dovrebbero però essere pagati attraverso la vendita del capannone e delle attrezzature nel giro di un paio di anni, tramite la procedura di concordato preventivo a cui la società è stata ammessa. L'udienza per i creditori è stata fissata in tribunale a Pavia per il 23 maggio, alle 11,30, davanti al giudice Andrea Balba. Entro quella data il commissario, Ornella Casanova, che ha lo studio a Pavia, presenterà la sua relazione, ma la prospettiva è tutta legata alla vendita dell'immobile e delle attrezzature ancora presenti nello stabilimento. Il ricavato dovrebbe bastare a pagare i debiti con i dipendenti, mentre ammonterebbero a cifre tutto sommato poco rilevanti i debiti con il fisco e con i fornitori. E questo perché il titolare dell'azienda, Cesare Bergonzi, aveva deciso di cessare l'attività non appena si rese conto che non si poteva più andare avanti. La ditta, un gioiello nel settore metalmeccanico e una delle realtà produttive più importanti che erano rimaste a Pavia, aveva subìto il contraccolpo della congiuntura economica, con lo spostamento del mercato delle macchine utensili all'estero.Per evitare il fallimento era stata quindi presentata una domanda di concordato preventivo, che dopo pochi mesi è stata accolta. La procedura, che deve passare attraverso la ricerca di un accordo con i creditori, entrerà nel vivo a maggio, con l'udienza fissata per il voto degli stessi creditori. La maggior parte dei lavoratori ha tra i 45 e i 50 anni, e abita tra Pavia e provincia. Solo alcuni di loro hanno trovato nel frattempo, dopo la chiusura dello stabilimento, un'altra collocazione. Gli altri sono ancora in attesa di un'alternativa. La chiusura della procedura sarà quindi una boccata d'ossigeno, quantomeno perché consentirà il recupero di arretrati e Tfr. Il settore metalmeccanico è tra quelli che hanno subito il colpo più duro dalla crisi. Il primo contraccolpo si era registrato nel 2011, quando erano stati persi 280 posti tra i metalmeccanici della provincia. Un'emorragia proseguita negli anni successivi, spesso in silenzio, come è avvenuto nelle aziende con meno di 15 dipendenti. Nel 2013, in provincia di Pavia c'erano 6mila lavoratori in cassa integrazione: di questi, la metà era rappresentata da metalmeccanici. Numeri da capogiro. All'inizio della crisi il settore contava in provincia 7500 addetti. @mariafiore3 ©RIPRODUZIONE RISERVATA