Santa Cruz, isola maledetta
di Enrico Cernuschi Quattro bastimenti (le navi San Jerónimo e Santa Isabel, di medio tonnellaggio, la piccola fregata Santa Catalina e l'ancor minore galeotta San Felipe) furono allestiti contemporaneamente al reclutamento di 280 marinai e soldati in compagnia di 98 coloni, tra uomini e donne. Tutte le cronache concordano circa la natura "ociosa y perjudicial" della gente. In pratica il Vicerè approfittò dell'occasione per liberarsi di quanti più perdigiorno, scampaforche e altri soggetti sgraditi potesse. Don Álvaro, ormai infrollito, ma non stupido, pretese però che il "maestre de campo", ossia il comandante militare della spedizione posta ai suoi ordini, fosse di ben altra pasta. Il ruolo toccò così a Pedro Merino, un soldato serio e duro, reduce lui pure dell'Invincibile Armada e in grado di farsi obbedire. Assieme al maestro di campo imbarcarono altresì alcuni "piezas de artilleria pequeñas", tutti serviti da "algunos extranjeros". Ed ecco che in questa sorta di guardia pretoriana fa capolino il nostro Federigo, riemerso nel Nuovo Mondo e tornato, dopo il 1589, al proprio vecchio mestiere di artigliere (forse mai abbandonato), facendo, oltretutto, carriera, visto che ora era assurto al rango, sia pur provvisorio, di "alférez", ovvero alfiere. Piloto Mayor, cioè comandante navale della spedizione, un portoghese: Pedro Fernández de Quirós, raccomandato da Doña Isabella, un po' perché nato anche lui in India, un po' perché era stato il secondo sulla nave che l'aveva portata, in occasione della seconda tratta del suo "viaggio di nozze", dalla Spagna al Perù, e molto perché "inteligente en su officio". La partenza, il 9 aprile 1595, della piccola spedizione fu salutata con grandi manifestazioni e celebrazioni. Un solo, banale incidente aveva caratterizzato, più che turbato, i preparativi. Durante l'imbarco dei bagagli di Doña Isabela un indio era caduto dallo scalandrone perdendo due bauletti, uno pieno di carte e l'altro di preziosi merletti di Rapallo. Ripescato e messo al palo, il poveretto continuò a gridare, in attesa di ricevere le vergate regolamentari, che era stato uno scherzo. Fu salvato, all'ultimo momento, dalla sfortunata proprietaria dei bagagli andati perduti, ricevendo, in ginocchio, il di lei perdono sotto lo sguardo, tutto sommato soddisfatto, di Don Álvaro e della popolazione, affluita in massa per assistere al castigo, ma felice, nonostante lo spettacolo mancato, di vedere che la giovane e coraggiosa nobildonna era tanto bella quanto buona. Nel corso dei successivi tre mesi la piccola flotta procedette felicemente (furono celebrati anche dei matrimoni tra i futuri coloni), arrivando, infine, a destinazione, o quasi. Don Álvaro aveva fatto malissimo, in verità, a imprigionare il cartografo della precedente spedizione. Oltre che un arbitrio era stata, infatti, una fesseria. La posizione da lui stimata era, invero, sbagliata di oltre mille miglia e il solo punto di riferimento e riconoscimento, nell'immensità del Pacifico, che il vecchio navigatore aveva fornito, quasi vergognandosene, al Piloto Mayor poco prima di partire, era consistito, in tutto e per tutto, in un vulcano in attività. Nessuno poteva sapere, ovviamente, che il Sud Pacifico ne conta, da solo, a centinaia.Il 21 luglio, credendo di essere arrivate a destinazione, le navi diedero fondo nelle isole Marchesi. Centinaia di canoe vennero loro incontro e i rapporti, all'inizio, furono amichevoli, anche se la delusione di Don Álvaro e la figuraccia fatta davanti a tutti furono immediate e micidiali. Gli indigeni erano, invero, di carnagione quasi bianca e coi capelli lisci, mentre quelli che il vecchio esploratore aveva incontrato e descritto minutamente un quarto di secolo prima erano bruni e dai capelli crespi. Deciso a ritrovare le proprie isole, il comandante della spedizione salpò nuovamente due settimane dopo; le navi, nel frattempo, si erano rifornite, non senza incidenti e con qualche morto lamentato da entrambe le parti. Finalmente, la notte del 7 settembre, la piccola flotta avvistò, nell'oscurità, le fiamme di un vulcano. Accostatasi subito (e imprudentemente) a quella specie di faro naturale senza attendere l'esito di una preventiva ricognizione da parte della fregata e della galeotta (destinate proprio a quello scopo per via del loro ridotto pescaggio), la Santa Isabel urtò, a mezzanotte, una barriera corallina. Squarciata andò subito a fondo. Nonostante le ricerche condotte il giorno dopo nessuno dei 182 naufraghi, tra uomini, donne e bambini, fu mai più ritrovato. Lo sbarco, il giorno dopo, sull'isola battezzata Santa Cruz, rispettò il copione. Salve di cannone (affidate a Federigo e ai suoi), spade sguainate, tromba, breve cerimonia religiosa e incontro con il capo del posto, chiamato Malope. Questa volta il pigmento della pelle e i capelli erano quelli giusti e tutto sembrò andare per il meglio (anche se la comitiva aveva perso il 50% della forza), in quanto i nativi si dimostrarono più che altro divertiti davanti a quello strano spettacolo. Con l'aiuto degli abitanti dell'isola furono ben presto eretti un fortino, circondato da terrapieni, e alcune baracche. Chi comandava, a terra, con i propri consueti metodi bruschi, era il Maestro di campo, mentre Don Álvaro aveva preferito restare a bordo con i famigliari "…sin mostrar grande interés".Questa linea di condotta, liquidata in seguito dalla commissione d'inchiesta come censurabile, fu attribuita alla collaudata debolezza di carattere del capo della spedizione e favorì, nell'ambito di quella poco omogenea comunità iberica, divisioni e un'indisciplina sempre più diffuse. La causa dei guai maggiori furono però le donne. Ci furono, infatti, ripetuti casi di aggressioni e di violenze ai danni delle abitanti dell'isola, con le inevitabili rappresaglie messe in atto dai mariti, padri e fratelli delle interessate. Anche il capo Malope fu assassinato. Un tentativo annunciato dal Maestro di campo di voler ristabilire la disciplina mediante una condanna capitale che fosse d'esempio per tutti, soldati, marinai o civili che fossero, fu risolto, per le vie spicce, da alcuni coloni ubriachi spacciando a pugnalate, davanti alla comunità inorridita e allo stesso Don Álvaro, il coriaceo Pedro Merino. Fuggiti nella giungla, i congiurati furono ritrovati, un pezzetto per volta, nei giorni successivi. Federigo rimase così solo a capo dei suoi pochi artiglieri extranjeros superstiti e dei due falconetti ancora disponibili dopo la perdita della Santa Isabel. Il nemico più insidioso si rivelò, ad ogni modo, la "febbre della palude". Il morbo, qualunque esso fosse, non risparmiò neppure i quartieri di bordo e uno dei malati più gravi fu proprio Don Álvaro, morto infine il 18 ottobre. Ormai agonizzate, secondo la testimonianza scritta formata, tra gli altri, da Federigo, il povero, vecchio esploratore "apenas pudo firmar", ossia vergò all'incirca, un testamento, già preparato, dove nominava, altro colpo di scena, la moglie gobernadora dell'isola e capo della spedizione. L'atto era, di per sé, del tutto legale, visto che il brevetto reale attribuiva a Don Álvaro di "nombrar sucesor á quien bien le pareciera", per tacere del fatto che in Spagna (terra, dopotutto, di Isabella la cattolica) non vigeva la legge salica. Capitano generale sarebbe dovuto diventare il cognato, Don Lorenzo Barroso, ma il poveretto, ferito poche ore prima da una freccia e ormai in coma, morì poco dopo lasciando Doña Isabela padrona assoluta della situazione.La guerriglia con gli indigeni e la malattia erano già costati la vita a 39 appartenenti alla spedizione. La gobernadora, dimostrò subito di essere una donna pratica, tanto da ordinare, subito dopo la sepoltura del fratello, di fare i bagagli. Prossima destinazione le Filippine, consolidata colonia spagnola sin dal 1565. La notizia fu accolta con gioia dalla gente, in buona parte malata e molto debole. Doña Isabela soggiunse, peraltro, che i diritti del re di Spagna su quelle terre non dovevano essere messi in discussione e che si sarebbe recata dal nuovo capo dei nativi, nel villaggio sito dall'altra parte della radura, a spiegare i termini della questione. L'avrebbero scorta la sorella, un famiglio e, come risulta dagli atti, Federigo, ultimo uomo di rango superstite, a parte i comandanti delle tre navi. (2, continua La prima puntata è stata pubblicata il 2 gennaio)