Amianto, strage continua In undici anni 360 malati
di Maria Grazia Piccaluga wPAVIA Mesotelioma, 360 malati in undici anni. Dal 2000 al 2011 in provincia di Pavia sono stati diagnosticati in media 35-40 nuovi casi ogni dodici mesi. E il trend è destinato a salire fino al 2020, confermano gli esperti intervenuti ieri mattina nell'aula Golgi del San Matteo per la conferenza annuale del Dipo (dipartimento interaziendale provinciale oncologico). Nello stesso decennio preso in esame i pazienti con mesotelioma maligno seguiti nelle strutture di tutta la Lombardia sono stati 4526, di cui 352 diagnosticati solo nel 2012 e 193 nell'anno ancora in corso. Ma il caso Fibronit fa da detonatore a un quadro pavese complessivamente critico: se la media lombarda per gli uomini è di 5 malati ogni centomila abitanti, quella pavese è di 7,8. Per le donne il rapporto è di 2 (lombarde) a 4 (pavesi). «Dei 360 malati pavesi – spiega Carolina Mensi, biologa all'ospedale Maggiore di Milano – circa la metà, il 49,5%, è riconducibile a una sicura causa professionale. E coinvolge in prevalenza gli uomini, 146, rispetto alle donne che sono 32». La malattia non ha risparmiato però neppure mogli e figli degli operai che tra il 1932 e il 1992 hanno lavorato, all'impianto di produzione di cemento-amianto di Broni. Un'attività produttiva che ha impiegato nel tempo oltre 3400 lavoratori, di cui circa l'80% uomini. Mariti e padri portavano a casa le tute da lavare, con il loro carico inquinante. I residenti respiravano le particelle disperse nell'aria. Non solo a Broni ma, chiarisce l'indagine del policlinico di Milano, anche nei 17 comuni del circondario. E diversificate sono anche le fonti di contaminazione: industria tessile-sintetico, alimentare e bevande, manutenzione di auto e moto, edilizia. «360 potrebbe essere un numero al ribasso – ammette Mensi –. Nel nostro registro non sono presenti infatti tutti coloro che nel corso degli anni si sono trasferiti e magari sono stati curati in altre province». «Il problema ormai è nazionale – rilancia il sindaco di Broni, Luigi Paroni, in prima linea al fianco delle vittime dell'amianto –. Purtroppo non c'è ancora una presa di coscienza reale. Si continua a ritenere il mesotelioma una malattia di nicchia ma quando tutte le fonti di contaminazione emergeranno non sarà più così. Nel frattempo dobbiamo attrezzarci per aiutare i malati, creare per loro un percorso ben codificato. Abbiamo già perso troppo tempo in passato». Oggi il paziente con una diagnosi di mesotelioma si rivolge fuori provincia, a strutture del milanese. «Poi torna qui – dice Paroni – con tutte le problematiche del "dopo". Il decorso post-operatorio prevede molte complicanze. I pazienti hanno bisogno di un supporto clinico ma anche psicologico. Il dramma coinvolge intere famiglie». Pavia ha stretto un'alleanza con il distretto Alessandria-Casale Monferrato, che detiene il triste primato di area sottoposta ad alta esposizione all'amianto. Il Piemonte si è mosso prima. E ha già sperimentato un modello efficace di presa in carico dei pazienti. L'ospedale di Alessandria ha attivato un sito, "Mai da soli", che in soli sei mesi ha registrato 30mila contatti anche dall'estero. La cartina al tornasole che questa neoplasia sta raggiungendo le dimensioni dell'epidemia. Pavia mutuerà il modello piemontese, partecipando a un progetto ministeriale. «L'accordo è già pronto e nel 2014 organizzeremo il gruppo interdisciplinare formato da Azienda ospedaliera, Asl, Maugeri, San Matteo, medici di famiglia, ordine dei medici e cure palliative» spiega Paolo Pedrazzoli, coordinatore del Dipo. Si parte, smussando alcune criticità: «E' necessario fare rete mettendo insieme competenze e tecnologie ora "disperse" – dice Luigi Magnani – consolidare il ruolo di sentinella dei medici di base, potenziare lo spazio delle cure palliative e quello dell'assistenza psicologica».