NON DOBBIAMO AVER PAURA DI PROGREDIRE

di PIETRO OLEOTTO Certe volte ascolti Julio Velasco e ti confondi. Ma è un piacere. Perché, anche se resta fondamentalmente un grande uomo di sport, ha una cultura che gli permette di toccare concetti haideriani, sul cosiddetto principio sociologico "del minor sforzo" dettato dalla tecnologia, per poi ritornare a parlarti semplicemente di come era bello il Mondiale di calcio in Argentina, nel '78, al cinema, con gli amici. Santone del volley prestato al calcio nel Duemila (alla Lazio di Cragnotti e poi all'Inter), 61 anni e aver ancora voglia di allenare una nazionale di pallavolo, quella dell'Iran, Velasco è molto argentino, nonostante sia arrivato in Italia trent'anni fa e abbia guidato la nostra nazionale, sia quella maschile, sia quella femminile. Velasco, che ne pensa della tecnologia nello sport? «Penso che detto così il concetto è molto generico. Perché vedo almeno quattro chiavi di lettura. C'è la tecnologia applicata alla preparazione fisica degli atleti; quella che ti permette di studiare prima e pianificare gli appuntamenti agonistici, le partite, le gare; quella che ti aiuta nella gestione di questi eventi, penso al cosiddetto Occhio di falco, per esempio; e per finire quella che diffonde lo spettacolo sportivo, a livello televisivo, ma non solo». Insomma, per Velasco lo sport è tecnologia. «A me piace pensare che l'uomo sia mosso da un paradigma che ho imparato a conoscere fin da quando a scuola studiavo i pensatori greci: quello "del minor sforzo". Un paradigma che non è in contrasto con lo spirito agonistico che anima lo sport, tutt'altro: si tratta piuttosto di una legge che regola tutta la nostra vita, compresa la sfera sportiva. Se c'è qualcosa che può permetterti di faticare meno e di ottenere risultati migliori, la devi fare, ottenere, utilizzare. Penso che l'uomo sia stato mosso da questa legge fin da quando ha deciso di piegare la schiena per sollevare un oggetto pesante. Poi abbiamo proseguito, aiutandoci anche con la tecnologia». E che ne pensa di chi sbarra la strada alle novità? Lei il mondo del calcio l'ha toccato, il regolamento è applicato ancora con bandierine e fischietti... «Penso che non il calcio non sia conservatore o arretrato. Al massimo lo è il capo del calcio che non ha notato che ci sono dei mezzi che possono aiutarlo a risolvere dei problemi, garantendo dei vantaggi anche allo spettacolo. Guardate il volley, tanto per parlare del mio sport: il video check per l'assegnazione dei punti è qualcosa di semplice e rapido». Magari in calcio teme che non tutte le situazioni possano essere sbrogliate dall'occhio elettronico. «Adesso è tutto possibile. Tanto per restare nella pallavolo, per esempio, ormai la tecnologia sta per essere applicata anche sui tocchi a muro. Si tratta di palloni sfiorati a duecento all'ora, a tre metri di altezza. Vogliamo che non si riesca a vedere un tocco di mano nel calcio attraverso un'apposita telecamera? Per chiudere il discorso, dico che se non riesco a capire perché una cosa non viene fatta nonostante sia sorretta dalla logica, allora vuol dire che sotto ci sono degli interessi. Ma non chiedetemi di chi. Non lo so». Passiamo per un attimo dal Velasco tecnico al Velasco spettatore: le piace l'evoluzione della tv? «Certamente. Riesco a seguire degli sport che prima si vedevano pochissimo. E la qualità delle immagini è diventata entusiasmante, tanto da farti preferire certe volte la ripresa televisiva alla visione dal vivo». Così dà fiato a chi crede che la tv abbia rifilato una mazzata mica da ridere al botteghino degli stadi. «Quello del calo degli spettatori alle partite è un argomento più articolato, tanto che si può affrontare riferendosi non solo al calcio. Certo le tv rendono più comodo lo spettacolo: guardi la partita al caldo, sul divano, mentre lo stadio spesso e scomodo, ma non è l'unico aspetto di questa tendenza. Sono cambiate le abitudini sociali: una volta l'uomo andava al bar e da lì si trasferiva allo stadio con gli amici, mentre la moglie era a casa con i figli. Mio padre faceva così. Adesso la domenica è uno specchio diverso. Così in Germania hanno pensato a stadi diversi, per le famiglie, più comodi, capaci di ridisegnare i ritmi di una giornata di festa». Insomma, viva i progetti futuristici dei giapponesi che studiano le partite da proiettare in piazza attraverso gli ologrammi. «Proviamo. Non so se funzionerà. Ma se pesco nella memoria, ricordo ancora che certe gare del Mondiale del '78 in Argentina le ho viste al cinema con gli amici: è stato piacevole». Restano da affrontare gli argomenti più tecnici, quelli legati allo sviluppo della tattica e della preparazione fisica attraverso lo sport. Guardando al passato ha mai pensato: con questa "diavoleria" allora avrei vinto di più? «Di sicuro avrei risparmiato tempo. All'inizio della mia carriera facevo tutte le statistiche a mano, certe volte in tempo reale perché la partita lo richiedeva. Adesso basta spingere un tasto e devi solo leggere. È il frutto del lavoro che ho avviato e che è stato realizzato da Emilio Spirito di Data Project. Per non parlare dei video che ti permettono di preparare una gara. Ricordo ancora il mio capo allenatore che per studiare le avversarie dell'Argentina ai Mondiali dell'82 era andato a riprenderle all'estero. Con una telecamera Super8. Chilometri di pellicola per non riuscire a vedere neppure una partita intera». @pioleotto ©RIPRODUZIONE RISERVATA