Delitto alla Zelata, l'imputato si difende
BEREGUARDO Aveva prestato il telefonino al fratello. Per questo, dall'esame delle celle telefoniche agganciate, il suo apparecchio risulta presente sulla scena del delitto. Così si è giustificato, ieri davanti alla Corte d'Assise, Pasquale Palumbo, 50 anni, accusato dell'omicidio di Gioacchino Lombardo, 51enne di Brescia. Il cadavere di quest'ultimo venne scoperto, il 2 luglio 2003, all'interno di un'auto data alle fiamme alla frazione Zelata di Bereguardo. Per quel delitto, il pm Roberto Valli ha chiesto in udienza preliminare 30 anni per due fratelli di Palumbo e 16 anni per il figlio della vittima, che pare avesse litigato con il padre a causa di una donna. Pasquale Palumbo, invece, ha scelto la strada del dibattimento pubblico. Ieri, rispondendo alle domande del pm, ha spiegato che la sera precedente al delitto si era recato a Dalmine (Bergamo) per prendere un aperitivo con i fratelli. Poi, dopo avere prestato il telefonino a uno dei congiunti, avrebbe fatto ritorno a casa senza farselo restituire. Palumbo ha riferito che era solito non portare il cellulare addosso dopo che, mesi prima dell'omicidio, gli era accaduto di entrare in una banca ed essere fermato perchè la sicurezza aveva scambiato il telefonino nella sua tasca per un'arma da fuoco. Pasquale Palumbo, quindi, ribadisce la propria estraneità al delitto. In primo grado era stato condannato a 25 anni e 3 mesi. Ma la sentenza era stata poi annullata e il fascicolo trasmesso a Pavia. Lombardo, infatti, non era deceduto a causa del pestaggio avvenuto a Brescia, ma aveva respirato i fumi dell'incendio dell'auto.(f.m.)