Mezzogiorno di fuoco Quel 22 novembre l'America si fermò
di Andrea Visconti wNEW YORK Fino all'11 Settembre 2001 era una sola la data impressa nella memoria collettiva dell'America: il 22 novembre 1963, giorno in cui John F. Kennedy fu assassinato. A distanza di cinquant'anni ogni americano ricorda ancora con lucida chiarezza dove si trovava e cosa stava facendo quando apprese la notizia che il presidente era stato ucciso. «Quando in televisione diedero l'annuncio, ero in una farmacia con mia madre e il farmacista scoppiò a piangere», ricorda la sessantaquattrenne texana Jenyce Gush che poco prima aveva vissuto con entusiasmo l'esperienza di vedere dal vivo la limousine presidenziale che si muoveva a passo d'uomo lungo Lemmon Avenue, a Dallas. Era circa mezzogiorno quando dal marciapiede Jenyce, che allora aveva solo quattordici anni, sventolò una bandierina a stelle e strisce mentre il 35simo presidente Usa e la First Lady Jacqueline salutavano una folla stimata a circa 200mila persone da una Lincoln Continental decappottabile. La limousine avrebbe dovuto arrivare a destinazione alle 12 e 15 ma l'accoglienza entusiasta del pubblico a Dallas fu tale che due volte Kennedy e la First Lady erano scesi dalla vettura per stringere mani, ritardando così di alcuni minuti la tabella di marcia. Alle 12 e 30 in punto la limousine - a bordo della quale oltre ai Kennedy vi era anche il governatore del Texas - svoltò da Main Street a Dealey Plaza. D'improvviso il botto secco di tre colpi di arma da fuoco. Clint Hill, un giovane agente dei servizi di sicurezza che seguiva il corteo presidenziale a bordo di una vettura decappottabile appena dietro all'auto presidenziale, vide Kennedy che improvvisamente aveva portato le mani al collo e si era riversato sulla First Lady. D'istinto Hill era corso verso l'auto del presidente mentre Jaqueline perdeva la sua elegante compostezza e col corpo si riversava all'indietro aggrappandosi al baule della vettura. Hill aveva spinto nuovamente la First Lady nel sedile mentre l'auto accelerava. In quell'istante notò che il suo impeccabile vestito rosa che faceva il paio con un cappellino tondo in tinta era imbrattato di sangue. «Jack, Jack, cosa ti hanno fatto?», gridava la First Lady con quella sua vocina dal timbro alto. «Jack, ti amo». «Abbiamo la sensazione che qualcosa di terribile possa essere successo», furono le prime parole pronunciate da un giornalista televisivo mentre sul piccolo schermo appariva l'immagine a distanza della First Lady. Ancora non era chiaro che un proiettile aveva colpito il presidente alla testa e ci volle più di un'ora prima che la televisione comunicasse all'America e al mondo intero della tragedia che si era consumata a Dallas. Milioni di americani ancora ricordano perfettamente quel momento. Walter Cronkite, noto mezzobusto della Cbs, si tolse gli occhiali, guardò verso l'orologio appeso alla parete nello studio televisivo e con la voce che gli tremava dall'emozione pronunciò quelle terribili parole. «Il presidente Kennedy è morto poco più di un'ora fa colpito da un proiettile». Alcune ore dopo la polizia arrestò un sospettato di 24 anni. Si chiamava Lee Harvey Oswald e secondo gli inquirenti fu lui a sparare da un piano alto di un edificio di mattoni rossi accanto a Dealey Plaza. Due giorni dopo ci fu un'altra sconvolgente diretta televisiva. Le telecamere stavano mostrando immagini di Oswald mentre veniva trasferito dai quartieri generali della polizia a una prigione texana quando d'un tratto un uomo fece fuoco sul sospettato uccidendolo all'istante. Si chiamava Jack Ruby. Anche lui, come Oswald, sembrava avesse agito da solo. Ma gran parte degli americani non hanno mai creduto a questa riscostruzione dei fatti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA