SI È PERSA L'ANTICA SAGGEZZA
di SANDRO ROGGIO (*) Molti si chiedono cosa sia successo in Sardegna in questi giorni. Se lo chiedono soprattutto i "continentali" che neppure riescono a immaginarsele le coste sarde d'inverno. Non darò la risposta che sull'onda della emozione di tragedie come questa viene più facile: che è tutta colpa degli uomini cattivi che hanno maltrattato il territorio. Questo è sempre vero in generale, ma dire che c'è un nesso di causalità diretto tra il disastro e le trasformazioni avvenute in questi decenni è precipitoso e probabilmente inesatto. Ma qualche dubbio viene. È vero che l'intensità dei fenomeni, specialmente in Gallura, è stata notevole, al di là di ogni attesa. Ma dire che non era prevedibile è sbagliato. La statistica osserva i fenomeni atmosferici e ne definisce, rispetto all'intensità all'estensione delle aree coinvolte, la probabilità che possano accadere di nuovo. E si considerano i tempi di ritorno per intervalli in genere tra i 50 e i 500 anni. Ma il fatto che eventi accadano dopo centinaia di anni non mette al sicuro, spiegano gli esperti. La roulette, secondo un mio amico che di queste cose se ne intende, spiega che lo zero ha 1/37 possibilità di uscire ma può succedere anche che esca tre volte di seguito. E aggiunge: chi ha costruito in un area depressa e senza cautele può sentirsi al sicuro da eventi probabili a distanza di centinaia di anni? E tuttavia anche per la Sardegna, forse ancora di più per la Sardegna, valgono le considerazioni che si fanno nei casi terribili in cui si perdono vite umane e non è fuori luogo interrogarsi sulle precauzioni che se fossero state maggiori avremmo forse qualche vittima in meno. Le aree urbane della Sardegna, soprattutto quelle costiere, sono cresciute negli ultimi trent'anni con un ritmo tale che i luoghi come li abbiamo visti solo una decina di anni fa sono del tutto irriconoscibili. In molti casi mancano i punti di riferimento naturali rimasti nella memoria e travolti dalle urbanizzazioni. E questo vuol dire che rispetto alla crescita, ancora lentissima tra Otto e Novecento, c'è stata una incredibile accelerazione nell'ultimo mezzo secolo che ha un significato rilevante. I tempi lunghi del processo insediativo consentono di correggere una scelta che si è rivelata improvvida: una sciagura rimane nella memoria delle comunità anche dopo tantissimi anni. È un monito resistente. Per cui la selezione dei luoghi adatti alla edificazione è avvenuta grazie al passaparola tra generazioni. Non è così nei tempi brevi. Ho avuto modo di osservare il territorio di Orosei, nel litorale orientale, dopo il disastroso evento del novembre 2008. Carte alla mano - mi occupavo allora della redazione del Piano urbanistico comunale - ho potuto verificare che non erano stati coinvolti i nuclei di vecchia formazione seppure ubicati in aree poco distanti dal fiume e questo per via di un'accurata valutazione del rischio nei tempi lunghi appunto. Per contro era evidente l'impatto sugli edifici più recenti realizzati da uomini immemori della saggezza antica, i quali rassicurati dai chierici del calcestruzzo hanno costruito case ai bordi di un rio minore che sono state ovviamente travolte. È poi successo, nel nostro Paese, che l'interesse per il bene comune sia scivolato agli ultimi posti nella gerarchia dei valori. Il buon governo del territorio? Una fissazione dei soliti che vaneggiano sul paesaggio e la cura del suolo invece di calcolare con ottimismo quanti bilocali - magari abusivi - starebbero su quel versante così tenero che si taglia con un grissino. Il territorio della Sardegna è prezioso e vulnerabile e chiede grande attenzione (il fai-da-te assecondato e blandito dai tanti piani-casa non è appropriato all'Isola). Il governo regionale ha deliberato di recente la variante al Piano paesaggistico, una scelta che ho già definito disinvolta e pericolosa. Mi auguro che il presidente Cappellacci vorrà tenere conto dei giudizi preoccupati che provengono da più parti a questo proposito, e che oggi sono ovviamente cresciuti. Chi pensa alla Sardegna come immune da rischi si sbaglia. Il rimorso che veniva dopo, ora ci precede, notava Ennio Flaiano. (*) Architetto e urbanista ©RIPRODUZIONE RISERVATA