Aquiloni, Poli rilegge le poesie di Pascoli
VIGEVANO Paolo Poli porta in scena questa sera al Teatro Cagnoni di Vigevano, lo spettacolo "Aquiloni", ispirato all'arte poetica di Giovanni Pascoli, che ha debuttato l'anno scorso nel centenario della morte del poeta romagnolo (ore 20.45, replica domani alla stessa ora, biglietti da 28 a 11 euro, per info: tel. 0381.82242). Prima di salire sul palco, alle 18 nel ridotto del teatro, Poli incontrerà il pubblico per raccontare la sua nuova avventura teatrale, con particolare attenzione ai ragazzi delle scuole, che sono stati invitati dal Teatro Cagnoni, con i loro professori (ingresso gratuito). Attraverso il suo stile assolutamente personale, l'attore fiorentino dimostra quanta forza scenica possano contenere le narrazioni di scolastica memoria, ripercorrendo le pagine più note di Pascoli – da poesie come L'aquilone, Novembre, Valentino e L'assiuolo a pezzi monumentali come La morte del papa e Le armi – sul filo conduttore dei floreali motivi della Bella Epoque che, complici le scene di Emanuele Luzzati, accompagnano il pubblico nel ricordo del volgere del secolo. Spogliando i contenuti di ogni retorica declamazione, Poli – con la sua pungente ironia mista a un garbo che conquista adulti e bambini – gioca con Pascoli e restituisce alle parole tutta la loro potenza espressiva. Al suo fianco sul palco, i giovani Fabrizio Casagrande, Daniele Corsetti, Alberto Gamberini e Giovanni Siniscalco. Poli, perché evocare "Aquiloni" nel titolo? «Aquiloni al plurale come cifra stilistica di un narrare poetico; aquilone perché quel giocattolo ricorda Giovanni Pascoli; ma aquilone anche perché è un giocattolo artigianale tipicamente pre-industriale che non veniva negato a nessuno: tutti i bambini ne avevano uno, anche i bambini poveri, perché uno zio, un nonno o un papà che ti fabbricava un aquilione lo trovavi sempre». Si era più poveri ma c'era più ricchezza d'immaginazione. Oggi invece? «I bambini hanno giochi meravigliosi, di quelli che se pigi un bottone fanno qualcosa di straordinario e di elettronico. Ma i bambini hanno bisogno di immaginare, di ascoltare storie e di stupirsi delle cose, e poi ricordarsi come si fa quando sono grandi». Pascoli restituiva alle cose questa magia? «Davanti alle cose si stupiva e riversava lo stupore per le cose quotidiane nella poesia. Io Pascoli l'ho frequentato tantissimo perché quando andavo a scuola si dicevano a memoria le sue poesie e si parlava spesso della tragedia familiare che l'aveva colpito, come se la sua poesia si spiegasse tutta lì. Ma Pascoli fu molto altro, e in "Aquiloni" ho messo anche parte di questo "altro"». Per esempio? «Ho scelto le poesie del plurlinguismo: lui, che era romagnolo, a un certo punto prese ad usare il dialetto della lucchesia, quel luogo in cui si era trovato a lavorare e dove si era ricostruito una sede. E poi molto prima dei futuristi (il bum bum della guerra di Marinetti e la fontana che fa cloppete cloppete di Palazzaschi) Pascoli usò l'onomatopea: fece parlare gli uccelli nelle sue poesie: la rondine, il passero, il fringuello e la capinera. Di ogni poesia ho fatto un quadretto e abbinato musiche varie: da Franz Lehar alle canzoni degli anarchici, per ricordare che Pascoli stette sei mesi in galera per aver partecipato a un raduno socialista. La musica è un viatico fondamentale per la narrazione». (m. piz.)