COMUNQUE UNA SVOLTA STORICA

di GIANCESARE FLESCA Anche se rimangono dettagli non irrilevanti da risolvere,l'intesa fra l'Occidente e l'Iran è un dato ormai certo. Ed è un dato di grande rilevanza storica soprattutto per gli Stati Uniti, dopo trentaquattro anni di buio diplomatico, con Washington che definiva l'Iran "Stato Canaglia" e l'Iran che ricambiava con "il Grande Satana". A partire da ieri non sono più l'uno per l'altro l'incarnazione del Male Assoluto. Piuttosto, sono diventati due avversari che affrontano a viso aperto i loro dissidi e la possibile soluzione. "Freeze for freeze" è l'espressione giusta perché gli ayatollah accettano di congelare il loro programma nucleare, e in cambio Obama si impegna a scongelare almeno quei 50 miliardi di dollari sequestrati a Teheran in banche occidentali a causa delle sanzioni. "Freeze for freeze" era da molto tempo la linea proposta da Mosca. Adesso Washington e i suoi alleati la fanno propria. Da quel che si può capire al momento gli iraniani si impegnano ad aprire le porte agli ispettori dell'Aiea (l'Agenzia Atomica dell'Onu); in cambio, vogliono una progressiva cessazione delle sanzioni economiche, a cominciare da quelle che gli impediscono di esportare buona parte del loro patrimonio petrolifero. Naturalmente non sarà facile. Il congelamento del programma nucleare iraniano richiederà del tempo, si parla di sei mesi.Gli oltranzisti islamici di Teheran faranno del tutto per mettere i bastoni fra le ruote di Rohani. Quanto al ritiro delle sanzioni sarà un durissimo tiro alla fune. Ieri se ne sono avute le prime avvisaglie con l'atteggiamento sospettoso della Francia. Ma i distinguo di Hollande sono poca cosa rispetto a quello che Washington dovrà affrontare nei mesi a venire. Innanzitutto l'opposizione feroce degli ultras repubblicani in patria. All'estero peserà non poco il niet di Israele all'intero processo di pacificazione, Netanyahu ha già detto di non credere alla buona fede di Rohani e di Khamenei ed ha sottolineato che lo stato ebraico manterrà le mani libere, vale a dire che non esclude neanche adesso un attacco aereo ai siti nucleari iraniani. Anche l'Arabia Saudita e i regni sunniti della regione contestano il nuovo corso. Non tanto per la concorrenza iraniana sull'esportazione di petrolio, quanto per il ruolo di potenza regionale riconosciuta e per di più sciita che assumerebbe l'antico impero persiano. Israele,i sunniti,l'Arabia saudita hanno già criticato apertamente il presidente americano per non avere bastonato militarmente Bashar el Assad. Dietro c'è la paura che Washington cambi radicalmente la sua politica medio-orientale, anche perché il fabbisogno di petrolio sta diminuendo con le nuove tecnologie che consentono di estrarre greggio nel territorio americano. La sindrome da abbandono di tutti questi paesi non è infondata. L'interesse precipuo dell'attuale Amministrazione è tutto spostato sul continente asiatico. Avere un Iran che faciliti la strategia americana in Afghanistan, in Pakistan, in alcune repubbliche ex sovietiche del mar Caspio e dell'Asia centrale è certamente un asset prezioso per Washington. Tanto prezioso da mettere in secondo piano i tradizionali amici del Medio-Oriente, regione destinata a un conflitto perpetuo rispetto al quale - gli alleati sono avvertiti - a trovare il bandolo della matassa dovranno essere altri, magari i riottosi partner europei. ©RIPRODUZIONE RISERVATA