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ROMA Il denaro dei corrotti compra «pane sporco», cibo guasto, «sporcizia» che viene data in pasto ai figli di coloro che hanno «perso la dignità» immolandosi sull'altare della «dea tangente», a cui sono devoti. Papa Francesco sceglie la sua omelia nella chiesa di Santa Marta per mettere in guardia da «un'abitudine che diventa una dipendenza» perché, sottolinea, la corruzione «è come la droga»: è un piano inclinato sul quale si scivola, a partire «da una piccola bustarella, da violazioni minime. Con un monito durissimo che prende spunto dalla parabola dell'amministratore disonesto raccontata nel Vangelo di Luca, dove si nega la possibilità di servire allo stesso tempo «Dio e mammona» (cioé il profitto), Jorge Mario Bergoglio torna su una condizione che distingue dal peccato, a cui pure è legata a doppio filo, una condizione che nei suoi scritti definisce «uno stato personale e sociale». È un tema centrale nella riflessione del pontefice, un argomento a cui già nel 2005, arcivescovo a Buenos Aires, aveva dedicato una dura requisitoria, pubblicata per la prima volta in Italia nel marzo scorso con il titolo "Guarire dalla corruzione". Perché, secondo Francesco, se per il peccato esiste il perdono, dalla corruzione, che è una forma di dipendenza, è necessario guarire, e il corrotto è un uomo solo, senza amici, perché «non conosce la fraternità, ma la complicità». È una piaga infetta della contemporaneità perché riguarda «l'atmosfera, lo stile di vita che piace tanto al demonio, questa è la mondanità: vivere secondo i "valori" del mondo». Mentre ogni giorno un nuovo scandalo riempie le cronache giudiziarie, il Papa mette in guardia da considerazioni di comodo, un avvertimento che vale per la politica, ma anche per la Chiesa che è stato chiamato a guidare con la missione di fare luce su tutte le ombre: «"Ma questo uomo ha fatto quello che fanno tutti". Ma tutti no. Alcuni amministratori di aziende, pubblici. Forse non sono tanti. Ma è quell'atteggiamento per la strada più breve per guadagnarsi la vita». La mondanità, sottolinea, è il nemico, e il nemico «è il demonio». È un lungo anatema quello di Bergoglio: «È un'abitudine che non viene da Dio: Dio ci ha comandato di portare il pane a casa con il nostro lavoro onesto. E quest'uomo, l'amministratore – dice ancora riferendosi alla parabola – lo portava, ma come? Dava da mangiare ai suoi figli pane sporco. E i suoi figli, forse educati in collegi costosi, forse cresciuti in ambienti colti, hanno ricevuto dal loro papà come pasto sporcizia, perché il loro papà, portando pane sporco a casa, aveva perso la dignità». Questo, ribadisce, «è un peccato grave» ed «è come la droga». E per quei figli, è il suo invito, bisogna pregare perché «sono affamati della dignità» che viene dal lavoro degno. Certo, sottolinea Bergoglio, essere onesti non significa essere sciocchi, perché se c'è «una furbizia mondana», esiste anche «una furbizia cristiana, di fare le cose un po' svelte, ma non con lo spirito del mondo». Onestamente. «Questo è ciò che dice Gesù quando invita a essere astuti come serpenti e semplici come colombe». Più tardi, ricevendo in udienza il Supremo Tribunale della Segnatura apostolica, il pontefice ha parlato delle cause di nullità delle nozze, esortando a che prevedano «una efficace difesa del vincolo matrimoniale». Il difensore del vincolo, ovvero la figura preposta a «proporre ogni genere di prove, di eccezioni, ricorsi ed appelli» finalizzati a tutelare il matrimonio, ha sottolineato Bergoglio, farà un buon servizio se nel suo lavoro non si limiterà «a una frettolosa lettura degli atti, né a risposte burocratiche e generiche». (m.r.t.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA