«Così amava il giovane Rossini»
PAVIA E' ambientata in un paese inventato del Sud anni '50 la versione del melodramma eroico "Tancredi" di Gioachino Rossini che - a cent'anni dalla prima rappresentazione avvenuta il 6 febbraio 1813 al Teatro la Fenice di Venezia - debutterà al Fraschini venerdì 22 novembre (ore 20.45, replica domenica 24 novembre alle 15.30) come nuova produzione lirica del nostro teatro. Sul palco le scene si cominciano a vedere ma lo spazio è sostanzialmente occupato dal regista Francesco Frongia, impegnato a dar vita alle sue intuizioni. Frongia, perché venire a vedere Tancredi? «Non solo perchè Stendhal la definì la migliore opera di Rossini ma anche per ascoltare dal vivo l'aria di Tancredi "Di tanti palpiti" una delle più celebri di tutti i tempi, interpretata dai più grandi cantanti. E poi è un'occasione da non perdere perchè, a parte un fortunato allestimento di Pierluigi Pizzi, "Tancredi" è un'opera poco presente nei cartelloni dei teatri. Ma c'è anche un aspetto curioso: Rossini scrisse questo melodramma che aveva ventun anni, l'età in cui si è disposti anche a morire per amore. Questo è proprio ciò che succede nella storia. Da tutta quella passione, la stessa che evidentemente animava anche il cuore del compositore, è uscito un melodramma eroico forte, vitale e giocoso. Il libretto è all'apparenza un po' complicato, ma Rossini trasuda voglia di vivere e di divertirsi, e crea un grande maccanismo in cui il gioco musicale si mischia alla recitazione». Da chi sarà interpretata l'opera? «Le due interpreti principali sono Teresa Iervolino nei panni di Tancredi e Sofia Mchedlishvili in quelli di Amenaide, entrambe vincitrici del Concorso As.Li.Co. 2013. Sono fantastiche. Io ne sono ammirato. Il mezzosoprano Teresa Iervolino ha una voce meravigliosa e una grande maturità sia scenica che vocale nonostante la giovane età. Il soprano Sofia Mchedlishvili esprime dolcezza e sensibilità. Aggiungo anche che la cosa interessante di questo allestimento è la corrispondenza anagrafica tra il cast e i personaggi dell'opera, cosa molto insolita. Teresa e Sofia sono venticinquenni sia nella finzione che nella realtà e questo fa sì che l'energia che gli interpreti hanno nella vita reale venga trasferita "nella finzione" ma "senza finzione"». L'allestimento come sarà? «Sarà colorato per intonarsi con l'ambientazione della storia in un sud generico d'Europa, che attinge a Puglia, Sicilia, Sardegna, ma anche Turchia e Spagna. Come chiave della regia ho scelto il gioco e tutto quello che avviene sul palco durante l'opera è gioco. Non ci sono scene e fondali, ma solo uno spazio che evoca altri spazi, solo con lo spostamento delle panche. La ricerca degli oggetti è stata molto precisa per l'epoca, ma ogni oggetto ritorna con funzioni diverse. E' il gioco del teatro». Un ulteriore motivo d'interesse è dato dal cosiddetto "finale tragico". «Ho rispolverato quel "finale tragico" dell'opera che, a causa dello scarso consenso di pubblico, fu abbandonato da Rossini e andò perduto fino al 1980. E' un finale che viene eseguito raramente, al contrario dell'altro, proposto e privilegiato da Rossini, con la marcia trionfale di Tancredi che torna vincitore. Quando mi hanno proposto la regia di questo melodramma ho però subito chiesto di poter fare il finale tragico e ho trovato un grande appoggio da parte del maestro Cilluffo, a cui sono molto grato». Perché riscoprire questo finale? «E' di una bellezza sconvolgente, con due parti tanto drammatiche quanto moderne, adatte alla nostra epoca. E poi è un finale inaspettato, alla Romeo e Giulietta. Tancredi torna da Amenaide ma sta morendo e i due innamorati si sposano mentre lui esala l'ultimo respiro». Marta Pizzocaro