Cancellieri: «Pronta a farmi da parte»
di Natalia Andreani wROMA L'idea di dimettersi, il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri l'ha respinta sin dal primo istante, quasi offesa per le reazioni destate dal suo intervento nella vicenda Ligresti dopo decenni di onorata carriera in cui da prefetto ha sciolto decine di comuni per infiltrazioni mafiose. E l'ha fatto anche ieri, alzando i toni del confronto alla vigilia del giorno in cui dovrà raccontare la sua verità al Parlamento. «Non mi sono mai occupata di scarcerazione, è una falsità, non ho mai fatto nulla che non sia un mio preciso compito: non è mai successo che il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria intervenisse per una scarcerazione. Chi dice questo è falso, bugiardo e ignorante» - ha detto il Guardasigilli durante una movimentata conferenza stampa a Strasburgo ribadendo di non essere «mai intervenuta sui magistrati per ottenere la liberazione di Giulia Ligresti». «Ma non sarò mai un ministro dimezzato. Rimango se ci sono piena dignità e rispetto. Se dovrò continuare questo lavoro dovrò affrontare temi delicatissimi. Quindi o lo potrò fare a testa alta oppure se ne trovino un altro», ha aggiunto davanti alla bufera politica scoppiata sul caso. «Posso anche fare un passo indietro», ha detto rilevando che «la tenuta del governo è la cosa più importante». Il ministro Cancellieri la battaglia contro chi vuole la sua testa per il caso Ligresti non l'ha insomma ancora vinta, ma di certo è pronta a combatterla. «A me interessa solo che la verità emerga, poi se la politica fa la sua strada la faccia, ma non strumentalizzando me», ha detto ieri. Le lancette sono perciò puntate sulle 16 di oggi quando il Guardasigilli, reduce dal vertice europeo, si presenterà prima al Senato e poi alla Camera per riferire sulla vicenda, per spiegare le ragioni, la legittimità e la trasparenza del proprio gesto. Al congresso dei radicali italiani, il ministro aveva già detto di essersi mossa per ragioni umanitarie esattamente come fatto in tre mesi di incarico a via Arenula per altri cento detenuti in altrettanto pericolose condizioni di salute. Ma ieri la difesa del Guardasigilli è stata ancora più accesa. «Davanti alle Camere ribatterò punto per punto ad ogni falsità. Non sono mai venuta meno ai miei compiti per un mio amico: non lo farei per un amico e neppure per un fratello», ha detto commentando la sua peraltro nota amicizia con i Ligresti. Di una sola cosa la Cancellieri non parlerà: del figlio Piergiorgio Peluso e dei suoi rapporti lavorativi con Fonsai, il fondo assicurativo il cui crack ha portato i Ligresti in cella. «Non ritengo che mio figlio c'entri molto in questa vicenda quindi non so se ne farò cenno nell'informativa». Quanto ai paragoni fatti con il caso Ruby dagli esponenti Pdl che l'hanno difesa invocando giustizia anche per Berlusconi «siamo davanti a due cose diverse», ha tagliato corto. All'appuntamento parlamentare il ministro Cancellieri arriva rafforzata anche da una nuova nota della procura di Torino, tornata a spiegare l'estraneità del ministro agli avvenimenti. «La decisione del gip di concedere gli arresti domiciliari a Giulia Ligresti è stata presa esclusivamente sulla base di fatti concreti e provati: le condizioni di salute, che rendevano pericolosa la permanenza in carcere, e il fatto che già il 2 agosto, quindi ben prima delle telefonate in questione (del ministro Cancellieri alla compagna di Ligresti, ndr), c'era stata una richiesta di patteggiamento accettata dal pm», ha scritto in una nota il procuratore capo del capoluogo piemontese, Gian Carlo Caselli, definendo «arbitraria e destituita di fondamento qualunque illazione che metta in campo circostanze esterne al meccanismo processuale». «Telefonate, per quanto riguarda il mio ufficio, non ne esistono», ha aggiunto Caselli. Ma il ministro - pure avendo gia incassato la solidarietà di Palazzo Chigi - dovrà comunque convincere: non solo il blocco grillino che la vuole fuori dal governo, ma anche le diverse anime del Pd, dilaniate dalla corsa per la segreteria e non tutte in sintonia con i toni dell'autodifesa del ministro. «Il passaggio in Parlamento non può essere vissuto come un fastidio. E' un atto dovuto nei confronti delle istituzioni e dei cittadini», ha ripetuto ieri il responsabile giustizia del Pd, Danilo Leva. «Attendiamo che il ministro esponga le sue motivazioni, aspettiamo chiarimenti tali da fugare ogni dubbio, dopodiché decideremo. Il Pd non accetta processi sommari come propone il M5S, né strumentalizzazioni come quelle tentate dagli esponenti del Pdl. Ma di certo - ha detto Leva - non sono ammissibili minimizzazioni di alcun genere». ©RIPRODUZIONE RISERVATA