Alcoa, la fabbrica che nessuno vuole

ROMA Disoccupazione al 12,5%, disoccupazione giovanile al 40,4%, 5mila posti a rischio nell'industria. E le vertenze industriali sono le stesse dai tempi dell'ex ministro Claudio Scajola, oltre 200. Al ministero dello Sviluppo, tuttavia, non manca l'ottimismo: «La riunione è servita inoltre ad illustrare le possibili nuove opportunità occupazionali che possono determinarsi all'interno del Piano Sulcis, in tempi relativamente brevi, così da dare risposte concrete, anche se parziali, ai lavoratori di Alcoa e dell'indotto». Questo scriveva il ministero dello Sviluppo Economico a giugno, dopo l'ennesimo tavolo per discutere di Alcoa, forse la più importante delle vertenze italiane. Le risposte concrete non ci sono state: 300 operai dello stabilimento sardo di alluminio hanno manifestato a Roma il 28 ottobre, proprio fuori dal ministero. All'ennesimo tavolo per cercare di riprendere le trattative di vendita dello stabilimento alla multinazionale Klesch, che non sembra più intenzionata all'acquisto. La giornata del 28 ottobre aveva un che di già visto: il 26 novembre 2009 ci fu la prima manifestazione degli operai sardi nella Capitale. Alcoa occupa attualmente 496 dipendenti, e l'indotto diretto dà lavoro ad altre 550 persone, tutti in Cassa integrazione fino a dicembre. Con l'indotto indiretto si arriva a circa 2mila posti di lavoro nel Sulcis, la provincia più povera d'Italia. Una vertenza, quindi, importante per il Paese. Tuttavia il ministro allo Sviluppo Zanonato non ha mai proferito una parola sul caso Alcoa. Il suo predecessore, Corrado Passera, aveva detto anche troppo: «Quasi impossibile trovare compratori», per venire sommerso un istante dopo dalle critiche. Ma se i politici sono assenti anche i fondi per garantire il rilancio delle vertenze sembrano essere invisibili. A esserci, ci sono. Ma è il gioco delle tre carte. Nel comunicato ministeriale di giugno si fa riferimento a un cosiddetto Piano Sulcis che dovrebbe dare risposte concrete (e parziali) ai lavoratori Alcoa e dell'indotto. Il 16 ottobre il ministero dello Sviluppo ha autorizzato il Piano Sulcis: «Si tratta di oltre 30 milioni di euro individuati nell'ambito dei programmi di sviluppo e degli interventi compresi nell'accordo di programma Piano Sulcis. Tali risorse saranno incrementate fino a superare l'importo complessivo di 124 milioni di euro». Questo molto atteso (quanto fumoso) piano dovrebbe servire a tantissime cose. Dare una risposta agli operai Alcoa. Introdurre la tassazione agevolata per le imprese del Sulcis (esenzione da Irpef, Ires, Irap, l'Inps per i dipendenti e Imu), creare bandi di idee per nuove imprese, come nel bando 99ideas gestito da Invitalia. Se il campo d'azione del Piano Sulcis sembra comprendere ogni cosa, i soldi sono davvero pochi. All'indomani della fuga in elicottero dei ministri Passera e Barca da un incontro istituzionale nel Sulcis nel novembre 2012, il Piano Sulcis doveva essere dotato di un budget di 451 milioni: 233 dai fondi regionali, 128 dal fondo sviluppo e coesione, 90 dal governo. Col decreto ministeriale del 16 ottobre invece, si mettono a disposizione 30 milioni. Che diventeranno 124, in seguito. Poco, pochissimo. Ma in realtà lo stato ha messo zero. Perché questi soldi vengono dalla multa di 295 milioni che Alcoa deve pagare per aver preso aiuti di stato sotto forma di tariffe energetiche agevolate. Soldi che Alcoa starebbe finalmente pagando ora a quanto afferma il governo: «Li ha già restituiti», ha riferito ai giornalisti il sottosegretario De Vincenti. Mente il governo parla di "cinque sesti" della cifra già restituiti. Queste affermazioni sono arrivate solo dopo che la Corte di giustizia dell'Unione Europea, il 17 ottobre scorso, aveva già proposto ricorso per inadempimento all'Italia. Chi ha ragione, dunque? I ministri sulle vertenze industriali, semplicemente non ci sono. I soldi neanche. E quelli per salvare - non si sa come - Alcoa e il Sulcis intero sono poco più che elemosina. E vengono sempre dall'Alcoa. Sempre che i soldi siano stati recuperati. Se non è il gioco delle tre carte questo, non so cosa lo sia. (m.a.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA