«Alta collina salva con bestiame bio»
VARZI La montagna, malgrado il secolare svantaggio di partenza, può trovare la via del futuro attraverso le coltivazioni biologiche, gli allevamenti gestiti con il rispetto della natura e del bestiame, i prodotti di nicchia e le erbe officinali. Le sue caratteristiche storiche, ambientali e produttive si possono considerare di pregio, nonostante non siano turisticamente appetibili come quelle dell'arco alpino. Molte piccole e medie aziende, però, stanno sviluppando un sistema capace di conciliare una giusta remunerazione d'impresa con la cura del territorio e la peculiare caratteristica paesaggistica. Ne è un esempio la zootecnia biologica della cooperativa agricola Canedo, presieduta da Franco Daidone e attiva a Pozzallo, frazione di Romagnese tra le valli Tidone, Trebbia e Staffora. La cooperativa, iscritta a Confagricoltura, opera nel settore zootecnico dal 1976 dedicandosi fin dall'inizio alla linea vacca-vitello, basata sul pascolo e sull'autosufficienza per il fabbisogno di foraggi. «Il centro aziendale, con le due stalle e una parte dei terreni destinati a foraggi o in rotazione, si trova a 650 metri, ma la parte a pascolo arriva anche a 1.400 metri – spiega la cooperativa – Nei mesi invernali il pascolamento si limita spontaneamente tra il portaballone con il foraggio, la sorgente d'acqua e il bosco attiguo. La razza allevata è la Limousine: le madri concepiscono e partoriscono secondo natura in ampie aree recintate in rotazione comprendenti pascoli, prati, boschi e sorgenti». Già dal primo mese di età i vitellini imparano a brucare erba fresca e a socializzare fra coetanei, mentre tori e fattrici si alimentano solo di erba. Non si deve dimenticare la Varzese, razza bovina autoctona portata avanti da alcune aziende che hanno acceduto alle Misure agroambientali del Piano di sviluppo rurale per la salvaguardia delle razze autoctone. Fra le coltivazioni arboree, nella zona di Varzi e in val di Nizza (nella foto) sono rilevanti le coltivazioni di melo, pero, pesco e ciliegio. Nella parte più alta dell'Oltrepo la selvicoltura è legata allo sfruttamento della risorsa boschiva per la produzione di legna da ardere. Un nervo scoperto sono i sostegni alle zone depresse. «A volte bisogna combattere contro una concezione distorta degli aiuti che tendono a premiare la rendita invece di favorire l'imprenditorialità, che vuol dire presenza nel territorio oltre che creazione di reddito», denuncia Chiara Onida, titolare dell'azienda agricola "Il Boscasso" di Ruino, associata Cia. «Anche il progetto di una rete di teleriscaldamento locale, cui la Cia ha dato pieno appoggio, va nella direzione della valorizzazione dei territori rurali e della gestione consapevole del bosco», dice Aldo Agosti, agricoltore di Ponte Nizza associato Cia. «Purtroppo incidono ancora molto i fenomeni franosi e di smottamento legati alle precipitazioni e alla mancanza di interventi – spiega Gianluca Marchesi, presidente di zona Coldiretti – E poi c'è la pressione esercitata dagli animali selvatici, primo il cinghiale, uno dei principali problemi per lo sviluppo di politiche rurali». Umberto De Agostino