LA CRISI

ROMA «Caricate o no, caricate sì o no». Già dai cori intonati di fronte agli agenti in tenuta antisommossa si capiva che quella di ieri a Roma, sarebbe stata ancora una giornata campale, fatta di scontri, cariche, petardi e feriti. E così è stato. Come promesso dall'Acampada del 19 ottobre a Porta Pia, i movimenti per la casa, antagonisti e no-Tav, si sono ritrovati nella Capitale, pronti a sferrare l'«assedio al potere» in occasione della conferenza unificata tra Stato, Regioni e Comuni che si stava svolgendo in pieno centro, a due passi da Fontana di Trevi. «Non ci fermeremo», il grido di battaglia, messo in pratica poco dopo in via del Tritone, davanti ai tre blindati che ostruivano il passaggio ai manifestanti che avevano organizzato un estemporaneo corteo per arrivare al luogo del vertice tra Stato ed enti locali, impegnato soprattutto sul tema dell'emergenza casa. La tregua con le forze dell'ordine non è durata nemmeno un'ora. Poco dopo le 13 è scoppiato il caos. Tra fumogeni, lancio di uova e petardi, alcuni attivisti, gran parte muniti di casco, hanno assaltato i blindati salendo sul tettuccio, mentre altri hanno tentato, invano, di rovesciare i mezzi sugli agenti che provavano a respingere l'attacco. Solo il lancio di lacrimogeni ha fatto indietreggiare i manifestanti, ritornati dove tutto era cominciato, a piazza Montecitorio, terrorizzando turisti e romani a passeggio per le strade del centro. Alcuni sono rimasti "ostaggio" nei negozi pur di non essere travolti dalla folla. Il bilancio di fine giornata conta 16 feriti, tra cui 4 carabinieri, due manifestanti curati in ospedale, e otto identificati, anche se la Digos sta ora passando al vaglio immagini e video per individuare i responsabili degli scontri. Tutto era cominciato in mattinata, quando centinaia di attivisti dei movimenti per la casa, insieme a tanti immigrati, si sono ritrovati davanti alla Camera per portare avanti la protesta avviata con i cortei del 18 e 19 ottobre e proseguita con l'accampamento a oltranza a Porta Pia. «Stop sfratti, casa e reddito per tutti», gli slogan della piazza, tra cui c'erano anche delegazioni No Tav e rappresentanti di Torino e Bologna. «Mi rendo conto dei problemi sociali che crea l'emergenza abitativa, ma il governo sta lavorando in fretta per dare risposte operative e concrete», è stato il commento del ministro Maurizio Lupi che due settimane fa ha incontrato una delegazione dei movimenti, senza però riuscire a tranquillizzare gli animi. Con lui c'era anche il sindaco di Roma, Ignazio Marino, che ha detto di «comprendere l'esasperazione di chi manifesta per il diritto alla casa. Questo però non giustifica in alcun modo l'uso della violenza». Tra maschere di V come Vendetta, canti, balli e slogan contro il governo, i manifestanti hanno continuato il presidio a piazza Montecitorio fino a sera. «Questa è solo una tappa della protesta permanente cominciata con Occupy Porta Pia», promettono. Il 9 e 10 novembre si ritroveranno di nuovo a Roma, con due assemblee in stabili occupati nella Capitale. «Una cosa è certa - urlano in coro -. Non ci fermeranno». Ma chi sono le persone scese in piazza a manifestare? Tra loro, studenti, attivisti dei movimenti, immigrati e anziani. Ognuno con la propria storia da raccontare, con un motivo per protestare. Le uniche bandiere sventolate in cielo sono quelle di movimenti, qualcuna dei no-Tav ed altre dell'Associazione inquilini e abitanti. «Questa protesta non vuole colori politici», ribadiscono più volte i manifestanti. E per strada c'era anche Tader, origini algerine, da quindici anni a Roma. La sua è una delle poche storie a lieto fine: proprio l'altro giorno il Comune gli ha assegnato un appartamento dopo l'ennesima ingiunzione di sfratto ricevuta dal suo proprietario di casa. Da qualche mese Tader non riceveva più lo stipendio dal suo datore di lavoro, il proprietario di un ristorante dove il nordafricano lavora come pizzaiolo. «Mi hanno finalmente dato un appartamento per me, per mia moglie e per i miei tre figli - racconta - da oggi non dovranno più temere di essere cacciati di casa». Seduti su un lenzuolo bianco usato come striscione, ci sono anche alcuni giovanissimi. Molti di loro hanno occupato lo studentato dell'Università La Sapienza da oltre sei mesi, e per questo sostengono la protesta dei movimenti. «Non possiamo restare inermi davanti all'ingiustizia sociale - racconta uno degli studenti - che viene fuori in ogni luogo, dall'università alla vita quotidiana».