Da Golgi, Porro e Forlanini le tre scoperte che fecero epoca

di PAOLO MAZZARELLO * Nei suoi secoli di vita l'Ospedale San Matteo di Pavia è stato luogo di grande creatività scientifica. Dentro le sue antiche mura adiacenti al Palazzo Centrale dell'Università, e poi nella nuova sede voluta con forza dal premio Nobel Camillo Golgi, sono avvenute scoperte che cambiarono capitoli importanti della medicina mondiale. Una grande storia è un solido auspicio per altrettanta creatività in vista del trasferimento nella sua terza sede che l'intera città di Pavia si appresta a celebrare. Per lo storico che voglia ricordare qualche episodio dell'importante contributo del San Matteo alla medicina universale c'è solo l'imbarazzo della scelta. Ho deciso di soffermarmi su tre momenti cardine, emblematici di una forza creativa che attraversa i decenni. Il primo è legato a un'innovazione chirurgica che fece epoca nelle riviste mediche internazionali: l'intervento realizzato il 21 maggio 1876 da Edoardo Porro, primario ostetrico del San Matteo e professore all'Università di Pavia. Fino a quell'anno il destino delle donne incinte dal bacino malformato - che dunque non potevano partorire per le vie naturali - era tristemente segnato. Se sottoposte al taglio cesareo morivano di solito entro qualche ora per emorragia (l'utero è, infatti, intensamente vascolarizzato) oppure la loro vita si spegneva in pochi giorni a causa dei processi settici che si sviluppavano nell'addome. La storia del parto cesareo cambiò drammaticamente quando giunse a Pavia una gravida 25enne, Giulia Cavallini. Nativa di Adria, la donna aveva incontrato un cantante di Gambolò che l'aveva messa incinta. Le visite accertarono subito una situazione drammatica: era alta 1,48 con un bacino malformato che rendeva del tutto impossibile il parto per le vie naturali. La situazione clinica fu affrontata come una sfida scientifica e umana da Edoardo Porro che subito si assunse il compito di operarla. Malato di sifilide contratta a Milano durante un'operazione ostetrica, vittima della sua professione, il medico era un personaggio notevole. Aveva combattuto con Garibaldi in Trentino e a Mentana, prima di diventare responsabile della maternità del San Matteo. Invece di arrendersi come tutti gli ostetrici avrebbero fatto in simili condizioni, sottoponendo la donna al classico taglio cesareo per salvare almeno il feto, Porro riuscì a ribaltare il tragico destino della gravida con l'astuzia operatoria, una semplice innovazione chirurgica che permise di salvare lei e il suo bambino. Dopo l'estrazione dall'addome di una femmina alla quale fu posto il nome di Maria Alessandrina e - forse per com'era nata - Cesarina, l'ostetrico del San Matteo pensò di rimuovere l'utero tagliandolo a livello della cervice, legandola strettamente al di sotto e poi abboccandola alla ferita addominale. In questo modo veniva bloccata l'emorragia - perché i vasi della cervice erano serrati - e si impediva il passaggio degli umori infetti nella cavità addominale. Tuttavia l'intervento di Porro provocava la sterilità della donna, perché l'utero era rimosso durante l'intervento. Un fatto, questo, che sollevò molte critiche contro l'operazione, tacciata di immoralità. C'era, infatti, chi sosteneva che fosse eticamente lecito mettere a repentaglio la vita della donna con il classico taglio cesareo, a fronte delle bassissime probabilità di salvarla, pur di conservarle la capacità riproduttiva. Porro si rivolse allora al vescovo di Pavia, Lucido Maria Parocchi, per un parere etico. Il prelato risolse abilmente il quesito sostenendo che così come molti teologi tolleravano la castrazione dei giovinetti che poi andavano a cantare nei cori delle cappelle romane, a maggior ragione si dovesse ammettere l'intervento sterilizzante di Porro eseguito per salvare due vite umane. L'operazione si diffuse rapidamente in tutto il mondo occidentale fino a quando fu superata da altri progressi tecnici. Ma quella di Porro fu una svolta radicale nella storia dell'ostetricia, la più importante mai realizzata in Italia: finalmente era capovolto il tragico destino di molte donne, il parto cesareo poteva terminare con una doppia salvezza, quella della madre e del bambino che portava in grembo. Fu anche uno dei primi esempi in cui il progresso della medicina pose i medici di fronte a nuovi problemi etici. Il secondo caso di una ricerca eseguita al San Matteo e presto destinata a grande fama mondiale è legata al nome di Camillo Golgi. Negli anni Ottanta dell'Ottocento lo scienziato, oltre a insegnare nella facoltà medica, aveva la carica di primario di medicina ad honorem nel nosocomio pavese. Proprio grazie a questo incarico, Golgi fu in grado di portarsi alle frontiere della ricerca microbiologica dell'epoca vivificata dalle scoperte di Louis Pasteur e Robert Koch. Pavia era zona endemica di malaria e lo scienziato colse al volo l'occasione riuscendo, con una serie memorabile di ricerche, a descrivere l'insieme delle modificazioni morfologiche del parassita responsabile della malattia nel sangue umano (ciclo di Golgi) e la correlazione fra accesso febbrile e riproduzione del plasmodio (legge di Golgi) dettando anche le procedure ottimali nella somministrazione del chinino per il trattamento dei pazienti. Grazie al San Matteo, Golgi realizzò i suoi fondamentali contributi malariologici che costituiscono una pietra miliare nella nascente microbiologia medica. Il terzo caso fa da sfondo al grande romanzo di Thomas Mann La montagna incantata ambientato in un sanatorio svizzero. Un'importante terapia fa capolino fin dai primi capitoli del libro, il pneumotorace artificiale. Il protagonista del romanzo Hans Castorp si sente spiegare dal cugino Joachim Ziemssen il significato dell'intervento: "Quando un polmone è molto compromesso, capisci, l'altro invece sano o relativamente sano, quello malato viene dispensato per qualche tempo dalla sua attività, affinché stia a riposo… ti fanno un taglio qui nel fianco… vi si immette un gas, l'azoto, capisci, e il lobo polmonare intaccato è messo fuori servizio. Beninteso il gas non si mantiene a lungo, anzi ogni quindici giorni bisogna rinnovarlo… E se si continua per un anno e più, il polmone in virtù del riposo può anche guarire". L'intervento è ampiamente eseguito nel sanatorio, al punto che tutti i pazienti sottoposti a questa terapia si sentono uniti in una sorta di fratellanza definita Associazione Polmone Unico. Il trattamento, inventato dal primario medico del San Matteo, Carlo Forlanini, era stato realizzato grazie ad accurati studi sulla dinamica respiratoria nei pazienti tubercolotici. L'idea geniale era di far penetrare l'azoto fra pleura parietale e viscerale al fine di collassare il polmone sottostante eliminando le cavità prodotte dal processo patologico, mentre il polmone a riposo, aveva la possibilità di risanarsi. Forlanini diventò famoso al punto da essere proposto più volte per il premio Nobel. Altre vicende sono legate a progressi scientifici realizzati al San Matteo, basti pensare ad esempio ai contributi di Pietro Grocco alla diagnostica medica o a quelli di Adolfo Ferrata, pioniere nello studio delle cellule staminali che dominano la cronaca contemporanea. *Università di Pavia, docente di Storia della medicina