Un "gong" separa gente comune e volti noti
di Mario Neri wFIRENZE C'è una ragazza, Andrea Longo, che parla di «coraggio», è la sua parola chiave che compare sulla lavagna. «Finora è mancato». Ma «sarebbe bello poter dire, guarda in che Paese vivo e guarda come funziona bene la politica», invece «in Italia siamo cresciuti a pane e sciatteria». Il sindaco di Torino Piero Fassino quasi si sgola: «Voglio una sinistra che non abbia paura, non si vince tenendo solo i voti che hai, vogliamo anche quelli degli altri». È il giorno degli interventi liberi, quattro minuti ciascuno interrotti dal gong, alla convention renziana e sul palco sale il popolo di Matteo Renzi. Un blogger, poi un diciottenne, una mamma, imprenditori, studenti, oppure politici. Fra le new entry Andrea Guerra di Luxottica, Vito Bertosa, ricercatore alla Nasa. Poi tornano i capitani d'azienda e gli intellettuali fedeli al sindaco. Brunello Cucinelli cita Sant'Agostino, il patron di Eataly Oscar Farinetti, lo scrittore Alessandro Baricco. Il politologo Roberto D'Alimonte sostiene una «legge elettorale che dia ai cittadini la possibilità di scegliere il governo» e quindi un «maggioritario a doppio turno, ma la voglia di proporzionale dentro Pd, Pdl e M5S impedisce questa riforma». Renzi gongola, fa il dj seduto al centro di una scenografia vintage in stile anni '60. C'è un bici, una vecchia Vespa, simbolo di viaggio e ricerca, i video con Benigni di «Berlinguer ti voglio bene», segno che il senso di appartenenza al partito oggi è una cosa diversa. Sui cartelloni in sala frasi di Coelho, Gandhi, Kennedy, ma niente simboli del Pd: «Noi parliamo anche ad altri mondi», polemizza con chi l'attacca su Twitter. E sul finanziamento della convention precisa che «è tutto trasparente, tutto on-line, anzi chi critica potrebbe dare un contributo, ora siamo a oltre 6.000 euro». Arriva, a sorpresa, anche il finanziere Davide Serra, che parla alla platea di «meritocrazia», stigmatizza la «generazione che ha portato il debito pubblico al 130% e la classe politica che ha rubato alla mia generazione e a quella dei miei figli», strappando pure gli applausi delle prime file. Che da quest'anno non sono riservate allo zoccolo duro. Questa è la Leopolda degli «spingitori». Così fanno capolino alla Leopolda ex bersaniani, ex dalemiani, ex lettiani. Vedi Salvatore Margiotta, senatore lucano di osservanza franceschiniana («avremmo dovuto fare prima questa scelta»), l'ex braccio destro di D'Alema, Nicola Latorre, il sindaco di Rimini Andrea Gnassi, romagnolo e un tempo di fede bersaniana. Un esercito in crescita che comincia a far storcere il naso ai militanti della prima ora. «Finalmente una faccia conosciuta», scherza il senatore Andrea Marcucci salutando Rosa Maria Di Giorgi, oggi anche lei a Palazzo Madama ma ex assessore all'istruzione a Firenze. Solo che non tutti l'hanno presa sul ridere. Nelle file dei fedeli al sindaco sta montando un malumore sotterraneo. «Basta parlare di imbucati, ci hanno stufato», sbuffa Erasmo D'Angelis, sottosegretario alle Infrastrutture. Per Guido Ferradini, fiorentino, «con Renzi dall'inizio», la transumanza rischia perfino di incrinare un caposaldo del renzismo, la rottamazione: «Qui altro che volti nuovi, si vedono solo vecchie facce. Io l'altro giorno ho reagito all'ex presidente della Provincia dell'Aquila Pezzopane su Facebook. Lei, prima bersaniana, adesso ha cambiato casacca. "Voi renziani della prima ora, fatevi da parte", scriveva, "avete perso, vinceremo grazie ai renziani freschi di conversione". Beh, dico io, meglio perdere che vincere con la Pezzopane». ©RIPRODUZIONE RISERVATA