Massacro di Cefalonia Ergastolo per Stork trucidò 129 italiani

ROMA Il tribunale militare di Roma ha condannato all'ergastolo il caporale dell'esercito tedesco Alfred Stork quale membro dei plotoni che il 24 settembre 1943 si macchiarono dell'eccidio di Cefalonia. Nei suoi confronti sono state giudicate determinanti le varie testimonianze e la consulenza che hanno individuato il plotone di Stork "sicuramente" tra quelli in azione alla Casetta Rossa, dove venne trucidato l'intero Stato maggiore della Divisione Acqui: 129 ufficiali italiani disarmati e prigionieri uccisi come bestie. Una sentenza storica - la prima sull'episodio dopo quella di Norimberga - accolta dal pianto dei parenti di militari caduti. Il verdetto dei giudici con le stellette è arrivato nella tarda mattinata di ieri al termine del processo istruito, tra non poche difficoltà, dal procuratore militare Marco De Paolis, deciso ad arrivare fino in fondo, a ricostruire la verità giudiziaria su quel massacro. Per singolare coincidenza è arrivato mentre il caso Priebke continua a scuotere il Paese in attesa di una soluzione: con Berlino che dice di non sapere nulla di un trasferimento della salma, e il feretro del nazista condannato per il massacro delle Fosse Ardeatine che resta in un hangar dell'aeroporto di Pratica di Mare. Stork, che oggi ha 90 anni e risiede in Germania, aveva già ammesso la sua partecipazione all'eccidio davanti agli inquirenti tedeschi che lo interrogarono a casa, senza un legale. L'anziano ex caporale dei "Gebirsgjager" (Cacciatori da montagna) raccontò nei dettagli cosa accadde quel giorno. Raccontò delle esecuzioni che andarono avanti senza sosta fino al pomeriggio; e poi ancora di quel mucchio di cadaveri legati, depredati, portati via da un traghetto e buttati in mare. Stork sostenne che quegli italiani erano «traditori» e che disobbedire all'ordine di giustiziarli era impossibile: la stessa tesi adottata da Priebke nel suo videomessaggio postumo diffuso l'altro ieri. Ma per i giudici quelle esecuzioni furono tutt'altro che legittime. Da qui la condanna all'ergastolo per l'ex nazista e il riconoscimento di un risarcimento economico ai parenti che si sono costituiti parte civile nel giudizio (somma da quantificare in altra sede). In aula, alla lettura del verdetto, c'erano anche figli e nipoti dei caduti a Cefalonia. E per tutti è stato impossibile trattenere le lacrime. Seduta su una panca la signora Paola Fioretti tormenta un anello che porta al dito. È una fede che le ha lasciato il padre, arrivato sull'isola appena quattro giorni prima del massacro. «La consegnò al prete pregandolo di farcela avere ed è la sola cosa che mi rimane di lui», racconta. «Quando lo portarono via per fucilarlo un tedesco gli fece segno di levarsi l'orologio perché lo voleva lui: ma mio padre se lo tolse, lo buttò a terra e lo schiacciò. E da oggi che nessuno più ci chiami traditori». (n.a.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA