LA SALMA VADA FUORI DALL'ITALIA
di VITTORIO EMILIANI Sulla scomparsa di un feroce criminale nazista come Erich Priebke era giusto chiedere il massimo riserbo. Da parte del suo avvocato, dei famigliari e della solita squallida squadraccia di "nostalgici". Era giusto, ma era anche chiedere troppo. Sui funerali voglio subito chiarire che neppure il peggiore degli uomini (e Priebke era uno di quelli) merita che si infierisca sulla sua morte («nec saevire in mortuum», dicevano i latini), e quindi sul suo corpo, sulla sua bara. Saggia perciò l'offerta del Vicariato di Roma di un rito funebre privato, nella casa in cui uno dei principali massacratori delle Fosse Ardeatine era vissuto. Si è voluto allora aggirare la Chiesa cattolica usando una comunità lefebvriana, reazionaria e negazionista, scomunicata da papa Wojtyla. Di pomeriggio e in forma pubblica, era ovvio che sollevasse lo sdegno della popolazione di Albano Laziale il cui sindaco aveva visto giusto nell'opporsi al passaggio del feretro. A quel punto invece ha sbagliato il prefetto di Roma a rimuovere l'ordinanza del sindaco della cittadina dove la memoria della Resistenza è ancora viva. La tensione creatasi fuori dalla cappella dei lefebvriani è stata talmente alta da costringere lo stesso prefetto Pecoraro a sospendere i funerali. Adesso c'è il problema della salma che nessuno per ora vuole. Non l'Argentina patria di adozione del criminale nazista. Non la Germania dove è nato e cresciuto nel culto (mai rinnegato) dell'hitlerismo. Non Roma (il prefetto l'ha già negata per tutta la provincia), né l'Italia intera. Anche in questo caso la soluzione più saggia poteva essere quella adottata nel 1962 dal governo israeliano nei confronti di Adolf Eichmann, il regista lucido e feroce dei trasporti di massa nei lager nazisti: cremazione e dispersione delle ceneri al vento. Qui ci sono dei famigliari (lasciamo stare l'avvocato e le sue novità mediatiche, il pentimento di Priebke - che in pubblico non mostrò mai un'ombra di rincrescimento -, il perdono di alcuni parenti dei martiri delle Fosse Ardeatine, ecc.). La salma sia affidata a loro col patto chiaro però che la portino fuori dall'Italia. Altre volte criminali come Walter Reder, il boia di Marzabotto, o come il feldmaresciallo Albert Kesselring comandante delle truppe in Italia, ci hanno ingannati. Il primo fu liberato perché vicino a morire, campò invece altri sei anni e affermò che la richiesta di perdono ai superstiti di Marzabotto era stata un'idea del suo avvocato. Il secondo, condannato all'ergastolo, venne rilasciato sempre perché molto malato nel 1952, visse altri otto anni, non rinnegò nulla e anzi sostenne che gli italiani avrebbero dovuto «fargli un monumento». Gli rispose Piero Calamandrei, uno dei padri costituenti, con la famosa Ode a Kesselring, in cui gli garantiva che quel monumento gli sarebbe stato alzato, ma «col silenzio dei torturati», con la memoria viva e unitaria degli italiani che gridano «ora e sempre Resistenza». Il 16 ottobre ricorreva il 70° della grande razzia al ghetto di Roma diretta da Herbert Kappler: oro e persone, romani ebrei, di ogni età, un migliaio (altri se ne aggiunsero poi). Tornarono appena in 18, una sola donna, nessun bambino. Il caso Priebke ha reso più intense le rievocazioni unitarie, e così deve essere. Ora e sempre però. Perché la Rai non ha riproposto fiction come «Perlasca» che tanto successo ebbe anni fa? O non ha mandato su una rete importante lo straordinario documentario sulla Resistenza a Roma, passato ieri su Rai Cultura, con la prigione di via Tasso e gli antifascisti, selvaggiamente torturati, «che non parlarono»: Peppino Gracceva, il «maresciallo rosso», Giuliano Vassalli, Arrigo Paladini, Sergio Ruffolo. Giovani e giovanissimi sanno poco o nulla di quell'epopea. Se non gliela raccontiamo noi ora, quando e chi gliela racconterà? ©RIPRODUZIONE RISERVATA