Senza Titolo

di Toni Sirena wBELLUNO Ci vollero 37 anni per costruire la catastrofe, dal primo progetto di massima del 1926 al fatale 1963, e 4 minuti perché la strage si compisse, dalle 22.39 alle 22.44 del 9 ottobre 1963. In quel brevissimo tempo la frana precipitò nel bacino del Vajont in 20 secondi, l'onda di 50 milioni di metri cubi si innalzò sopra la diga per 250 metri, la scavalcò sfiorando il coronamento, si abbatté per la stretta gola e si avventò su Longarone. Quattro paesi distrutti, 1910 i morti ufficiali. I 37 anni precedenti sono storia di procedure burocratiche e di smisurato gigantismo ingegneristico: progetti di massima, progetti esecutivi, varianti in crescendo, istruttorie, concessioni e disciplinari. Ed anche illeciti, lavori e invasi senza autorizzazione, pressioni sui ministeri, collusioni e intrecci tra il colosso economico-finanziario della Sade, gli uffici statali, gli uomini di scienza pagati come consulenti e ossequienti ai voleri della società elettrica. È un lungo lavoro preparatorio, durante il quale prende forma la diga a doppio arco più alta del mondo da esibire al mondo come gioiello dell'ingegneria e del genio nazionali. Ma gigante non è solo la diga, gigante è il complesso sistema di cui il Vajont è la chiave di volta, di impianti fra loro collegati per sfruttare fino all'ultima goccia il Piave e i suoi affluenti, sbarrati con dighe e intubati in condotte e gallerie di decine di chilometri. Una rete che fa del Piave ancor oggi il fiume più artificializzato d'Italia, e non solo d'Italia.Gli ultimi cinque anni di quei 37 sono quelli degli espropri forzosi dei terreni da sommergere, delle proteste degli abitanti cacciati dalle loro case, delle denunce inascoltate di Tina Merlin, la corrispondente locale dell'Unità. Anni, questi sì veloci, dell'innalzamento della diga, e poi degli invasi, e poi delle prime frane ed anche delle prime vittime, i molti operai caduti dalle impalcature. E dunque degli allarmi e delle nuove indagini e perizie. Si scopre nel 1959 che la diga è solida, ma la montagna è marcia. La frana di 200 milioni di metri cubi non si può tenere sotto controllo, dicono i geotecnici: non la si può drenare, né cementare, né farla a pezzi con l'esplosivo. Chiunque direbbe: fermiamoci. Ma non si può: sarebbe dichiarare la resa, soprattutto gettare miliardi insieme alle ambizioni. Dunque avanti. Ci si affida alla speranza. Dal Piaz e Penta, geologi e consulenti Sade, "sperano" che la frana venga giù lenta e magari in due tempi e due pezzi. "Che Iddio ce la mandi buona", scrive Alberico Biadene poche ore prima della frana che tutti sapevano imminente. I quattro minuti finali pochi hanno potuto raccontarli. Un fronte dell'onda alto 70 metri, una nuvola bianca che avanza precipitosa, una montagna illuminata dai corti circuiti, il ruggito di mille treni in corsa, l'energia di due bombe atomiche. Poi il buio, e nel buio qualche lamento, qualche grido di aiuto nella valle. 1910 morti, 95 feriti lievi, 49 gravi, 2 gravissimi. Non c'è bisogno nemmeno di donare sangue. Il "dopo" è storia altrettanto lunga. Ed è un secondo Vajont. Un Vajont morale. Giornali che piangono sui morti e straparlano di "catastrofe naturale", superstiti che vivono per anni di sussidi, comunità sconvolte, divise e disperse. E l'Enel che mette a disposizione 10 miliardi per pagare chi rinuncia a costituirsi parte civile. Oggi cosa resta del Vajont? Allo scadere dei 50 anni il calendario è denso di un centinaio di iniziative. Ma dalle parole non si passa ancora ai fatti: se il Vajont è l'esempio estremo di un sistema di sfruttamento globale del territorio, la sua lezione può consistere solo nell'iniziare a smantellarlo, fermare il nuovo assalto delle domande di concessione che assediano come cavallette ogni pur piccolo torrente di montagna. Compreso un torrente che si chiama Vajont. ©RIPRODUZIONE RISERVATA