Napolitano: «Ricorderemo il suo coraggio»

«Il suo è stato un gesto di lucidità giovane». Le parole sono di Carlo Lizzani che quel 29 novembre 2010 fu tra i primi ad accorrere all'ospedale San Giovanni dove Mario Monicelli, 95 anni, regista de «I soliti ignoti» e «Amici Miei» si era gettato dalla finestra. E ieri un nuovo choc ha colpito il mondo del cinema. Ermanno Olmi, invita ad avere rispetto per il gesto compiuto dal grande cineasta. «Non dobbiamo nemmeno cercare delle spiegazioni. E' un atto misterioso e dobbiamo solo rispettare questo mistero». Amico personale del presidente della Repubblica, ieri Giorgio Napolitano ha espresso tutto la sua commozione per la morte di Lizzani. «La notizia mi addolora profondamente, per l'amicizia che mi legava da molti decenni e per tutto quello che ha saputo dare al cinema, alla cultura e allo sviluppo democratico del nostro Paese: coraggio e passione per la liberazione dell'Italia dal nazifascismo, nella ferma difesa dei valori della Resistenza». L'attore Massimo Ghini, che per lui aveva vestito il ruolo di Roberto Rossellini parla di Lizzani «come un padre». Inevitabile il parallelo con Mario Monicelli morto suicida. «Con loro se ne va un pezzo della nostra storia del cinema e della cultura in un modo così brutale... è doloroso». «Un gentiluomo, un uomo di rara umanità e gentilezza, un signore del nostro cinema, un regista-sceneggiatore che ha segnato per sempre la storia del cinema italiano e pure della Mostra di Venezia, che dopo la sua direzione, dal '79 all' '83 non è mai stata più la stessa e ha cominciato ad essere copiata dagli altri festival nel mondo» così Alberto Barbera, direttore della Mostra di Venezia e del Museo del Cinema di Torino. ROMA «Aver vissuto così a lungo è già una vittoria. O meglio è la fine di una scommessa». Così Carlo Lizzani, l'anno scorso, commentava cosa significava per lui aver raggiunto il traguardo dei 90 anni. Regista, sceneggiatore di pellicole memorabili del Neorealismo, documentarista con una grande passione per la storia e la politica, ieri Lizzani si è tolto la vita gettandosi dalla finestra del suo appartamento a Roma. «Stacco la spina» ha lasciato scritto in un biglietto indirizzato ai figli poi, con un gesto identico a quello con cui il 29 novembre 2010 finì la sua vita Mario Monicelli, si è ucciso. A dare l'allarme i vicini di casa che hanno sentito il tonfo e visto il corpo nel cortile del condominio in via dei Gracchi nel quartiere Prati, vicino a San Pietro. Sarebbe la depressione la causa del gesto di Lizzani. La malattia della moglie, i suoi problemi di salute. La sua assenza si era notata a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia (di cui fu direttore dal 1979 al 1982), quando, invitato come «voce narrante» del documentario «Il Neorealismo. Non eravamo solo... Ladri di biciclette» disse di non essere in grado di affrontare il viaggio per i postumi di una caduta. Un episodio che potrebbe aver contribuito a creare una stato di depressione, forse all'origine del gesto di ieri. La notizia della morte del grande protagonista del cinema italiano ha fatto il giro del mondo in poco tempo e l'ondata di commozione è stata enorme. Nato a Roma il 3 aprile del 1922 Lizzani ha attraversato da intellettuale e cineasta il Novecento. Non a caso la sua autobiografia s'intitolava «Il mio lungo viaggio nel secolo breve». Cominciò a lavorare nel '48 come co-sceneggiatore e aiuto regista di Roberto Rossellini in «Germania Anno Zero». Un altro incontro fondamentale fu quello con Giuseppe De Santis, uno dei padri del Neorealismo che lo volle come sceneggiatore di pellicole memorabili come «Riso amaro» del 1949 che gli valse la candidatura all'Oscar. Nel 1951 firma il suo primo film «Actung! banditi!» e il giovane regista viene subito notato dalla critica. Quattro anni fa in occasione dell'omaggio che gli ha dedicato il Festival di Pesaro, Lizzani volle riorganizzare la sua filmografia secondo una sorta di ideale storia d'Italia. Da «Il gobbo» sulla resistenza a Roma al «Processo di Verona» sulla fine del fascismo; da «Banditi a Milano» sulla banda Cavallero» a «Un'isola» sui confinati antifascisti; da «Mussolini ultimo atto» a «Caro Gorbaciov». E poi ci sono i temi a lui più cari raccontati in «Cronache di poveri amanti» dal libro di Pratolini a «Fontamara» di Silone. Ma sono tante le collaborazioni con alcuni dei più grandi cineasti, tra cui Scola, Godard, Bellocchio, Bertolucci, Pasolini. Di lui rimane «Storie del cinema italiano» uno dei più completi saggi sul tema. Aveva annunciato di voler fare un film «L'orecchio del potere» tratto da un romanzo di Andreotti e aveva indicato il protagonista: Al Pacino. «E' il caso che ci disegna – ha detto Lizzani per i suoi 90 anni – apro gli occhi e mi accorgo di essere dentro uno spettacolo, gettato su un palcoscenico. Sei un attore finché dura la recita. A me il caso ha dato il cinema che mi ha permesso di vivere il Novecento vedendone i protagonisti». f.cup. ©RIPRODUZIONE RISERVATA