L'ultimo colpo di teatro del Cavaliere sconfitto
di Pietro Criscuoli wROMA La drammatica farsa della "retromarcia su Roma" inizia alle 9 di una mattinata romana soleggiata. Da un nugolo di auto blindate spunta fuori Silvio Berlusconi. Pochi passi per varcare il portone di palazzo Madama, sede di quel Senato dove sta per scoccare l'ora X. E' scuro in volto, soprattutto perché concentrato sulle idee che lo stanno tormentando. La notte prima ha avuto da Angelino Alfano la parola definitiva: «Mi dispiace Silvio, ma voglio evitare un errore che pagheremmo caro, tu per primo». Il delfino tanto coccolato stavolta fa sul serio. Non sente ragioni, né minacce. Voterà la fiducia al governo, e con lui molti senatori, decisivi. Il Cavaliere viene subito circondato dai falchi. Denis Verdini lo rassicura, minimizzando il numero dei senatori dissidenti: «Una decina, massimo quindici, alcuni dei quali ancora incerti». Berlusconi confabula con Renato Schifani, la decisione è nell'aria: riunione generale dei senatori e fine dei giochi. Va nell'aula del gruppo Pdl per «fissarli negli occhi uno a uno», come dicono i suoi. Ma la prima sorpresa non è delle migliori: presenti solo 60 su 90. Renato Schifani bisbiglia al Cavaliere che circola un documento di 23 senatori Pdl che voterebbero la fiducia, firmato da Maurizio Sacconi. Berlusconi è visibilmente indeciso. «Ho i miei dubbi sul voto di sfiducia, tutti, da Confindustria a Confartigianato, dalle categorie ai sindacati, tutti mi chiedono: non è che finiamo nel baratro?». Ma quando vede il documento dei 23 e gli viene riferito che Dario Franceschini parla di una nuova maggioranza, il sangue gli ribolle e chiude i discorsi. Il gruppo vota «all'u-na-ni-mi-tà», come scandisce trionfante Renato Brunetta, per il no alla fiducia. Ed è lì che inizia la disfatta di un Berlusconi che qualcuno dice di trovare disorientato, «per la prima volta da quando lo conosco». I corrieri, trafelati, gli paventano il rischio che i sì a Letta potrebbero diventare 30. «Si sono spostati tutti i calabresi», confida rabbioso Verdini. Ma anche i siciliani sbandano, fomentati dal sottosegretario Giuseppe Castiglione, fedelissimo di Alfano. Berlusconi intuisce il pericolo dell'effetto valanga e dell'isolamento. Cerca Alfano per telefono, ma non risponde. Poi si attiva Paolo Romani, uomo Fininvest della prima ora. A un certo punto, nel caos più completo, Berlusconi, Alfano e Romani vengono intercettati mentre entrano nello studio riservato al presidente del consiglio, unica stanza vuota in quel momento. Breve, misteriosa riunione. Ma decisiva, perché da lì Berlusconi esce annunciando: «Votiamo la fiducia». A Verdini spuntano le lacrime agli occhi: «Nooo, se lo fai, siamo morti». Gli occhi lucidi vengono anche a Maurizio Sacconi, la super-colomba, ma per la contentezza. A quel punto Berlusconi si convince che non può nascondersi, deve prendere il timone di una nave che va per una rotta decisa da altri. «Ormai è diventato diversamente alfaniano», è la battuta che circola nel Transatlantico del Senato. Serio, compunto, il Cavaliere prende la prola in aula: «Abbiamo deciso, non senza travaglio interno…». Un discorso brevissimo, quasi un dispaccio militare. L'uomo è stremato. «Voglio tornare a Milano a staccare un po'», dice alla senatrice Maria Rosaria Rossi. Pierferdinando Casini lo saluta con l'affetto di un crotalo che inghiotte la preda. «Si è invecchiato - commenta Pierferdy - ma non rincoglionito». Né sono teneri con Berlusconi i senatori sudisti del Pdl, che fanno capannello davanti alla buvette. Discutono del gruppo da costituire, indipendentemente dal ricompattamento sulla fiducia. Uno di loro sussurra: «Al paese mio tra i cacciatori c'è un detto: il cinghiale ferito va finito, sennò è pericoloso». Un Berlusconi avvilito, confuso sulla bontà della scelta che ha fatto, abbandona l'aula e informa i suoi che vuole fare un salto a Montecitorio per capire come butta sulla formazione di un gruppo autonomo anche lì, guidato da Fabrizio Cicchitto. «Bisogna convincere i dissidenti a ripensarci», dice. Esce dal Senato e dalle transenne del marciapiede di fronte partono urla e insulti: »Vattene via! Buffone!». ©RIPRODUZIONE RISERVATA