«Abbiamo scelto il coraggio di non restare indifferenti»
Di mafia se ne parla sempre di più in ogni parte d'Italia, soprattutto se ne parla con i giovani, per sensibilizzarli, per non lasciarli indifferenti. E con noi sembrava aver fatto effetto. Ma solo incontrando persone che in territori di mafia ci sono cresciute e che han deciso di combatterla, di denunciarla, ci si rende conto di cosa questo comporti nella vita di tutti i giorni. Noi abbiamo avuto la fortuna di conoscere queste persone grazie al Collegio Santa Caterina da Siena, dove abitiamo, il quale dal 2011 ha avviato un percorso di approfondimento sul tema della legalità e della lotta alle mafie. In quell'anno è stata organizzata una conferenza dal titolo 'Ndrangheta al Nord: come riconoscerla, come contrastarla, con ospite Michele Prestipino, procuratore aggiunto della Dda di Reggio di Calabria. Prestipino è tornato anche l'anno seguente con Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica del Tribunale di Roma, durante il convegno Contro la ‘ndrangheta. ConSenso Sociale. Anticorpi di legalità al contagio mafioso. Al convegno hanno partecipato anche don Pino Demasi, referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro e Enzo Ciconte, storico delle mafie, che terrà in Collegio, in questo anno accademico, il corso universitario di «Storia delle mafie italiane». Partecipando al campo di LIBERA a Polistena (piana di Gioia Tauro) abbiamo visto cosa significa vivere in quelle terre, cosa significa dover fare delle scelte, o meglio, una scelta: da che parte stare. Riflettere su gesti semplici. Prima di quest'estate non ci era mai capito di pensare che indossare una semplice maglietta potesse essere una testimonianza tanto forte. Eravamo appena arrivate a Polistena quando ci è stata consegnata la T-shirt monocolore tipica dei gruppi-campi estivi. La richiesta del responsabile è stata di indossarla a ogni uscita. La prima volta la indossammo con leggerezza, alcuni senza pensarci troppo, chi un po' imbarazzato della mise non propriamente elegante, chi con non poche lamentele. Usciti in strada è stato impossibile non accorgersi che venivamo notati. Non eravamo un gruppetto di ragazzi qualsiasi, eravamo quelli di LIBERA. Il significato di ciò di cui eravamo portatori è diventato chiaro dopo poco. Sono bastati gli incontri con quei testimoni di antimafia, di legalità, di trasparenza, di chiarezza, di fede e di coraggio ad aiutarci a capire che indossare una maglietta voleva dire schierarsi a favore della giustizia, in una terra in cui troppo spesso la connivenza, la paura e l'omertà hanno assopito la coscienze. Vestire quella maglietta rossa con scritto LIBERA non lasciava più indifferenti, non potevamo non vedere l'ostilità di alcuni, ma anche i sorrisi di speranza dei molti che ci incontravano, gli abbracci e le benedizioni da parte di chi ama, vive e crede nella propria terra. Non era più possibile non sentirsi orgogliose di poter condividere un po' di quel coraggio che gli uomini e le donne incontrate ci hanno testimoniato. Irene Raso, Martina Giacobbe Giulia Guglielmi, Giulia Terna