Piccola antologica futurista Alla Cardano espone Matotea
PAVIA Inaugura oggi alle 18, alla libreria Cardano (via Cardano 48), la mostra "Amat. Piccola antologica futurista" di Adriano Matotea (nato a Biella nel 1925, ma pavese d'adozione), che rimarrà visitabile fino al 13 ottobre, con ingresso libero (da martedì a sabato, dalle 9 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 19.30; lunedì e domenica, dalle 15.30 alle 19). In esposizione dodici opere firmate "Amat" (così Matotea sigla le sue creazioni), frutto del lavoro degli ultimi trent'anni dell'artista e pretesto per porre una domanda fondamentale: si può oggi ancora parlare di Futurismo? E soprattutto cosa è rimasto, oggi, del Futurismo? «Se escludiamo l'interesse di qualche isolato studioso, oggi del Futurismo è rimasta forse solo tanta nostalgia - dice Matotea - Gli eredi del Futurismo sono i writers, quelli bravi, non quelli che imbrattano i muri. Ma pochi di loro hanno davvero alle spalle una cultura dell'arte e della storia generale, che per me invece è una condizione fondamentale per fare arte. Proporre una mia serie di opere futuriste nella mia città, una città sempre avara di interessi verso ogni forma di modernità, che predilige il vedutismo campanilistico e il paesaggio bucolico, malgrado abbia vissuto, fra le due guerre, una sua stagione futurista con protagonisti di tutto rispetto, mi sembra quasi un gesto di coraggio». Ed è questo che ha ancora una volta convinto Adriano Matotea a rompere ogni indugio e presentare alla Libreria Cardano, questa raccolta di lavori che hanno per tema centrale la "metropoli". «La metropoli vista attraverso il caleidoscopio d'acciaio, di cemento, intersecato da ferrovie e da tralicci e gasometri: non la metropoli solare di Santelia e Chiattone, ma la città attuale con la dura realtà delle sue miserie, con i suoi simboli». In queste dodici opere a tecniche miste - uscite, dopo decenni di oscurità, dagli ampi cassetti del suo grande tavolo da lavoro - sono riassunti il pensiero ed il lavoro di circa mezzo secolo di Amat. «Ho iniziato a dipingere a Pavia quando avevo venticinque anni, ho attraversato tutta la cultura del mio tempo e questa è la conclusione – dice l'artista, che, con questa mostra annuncia la sua uscita di scena - Ora spetta al pubblico darne un giudizio. Dopo sessant'anni di pittura, anche gli amori più tenaci inevitabilmente si stemprano e finiscono nel tempo. Il buon attore sa quando è giunto il tempo di lasciare la scena, calando il sipario». (m. piz.)