Mensa e tempo pieno, miraggio per tanti

di Cinzia Lucchelli wROMA La scuola è un diritto. Ma in tempo di crisi non per tutti. Non quando le madri sono costrette a rinunciare al nido per i figli perché non riescono a pagare le rate. Non per i bambini ritirati dal tempo pieno perché uno dei genitori non ha più lavoro e tenta di ridurre le spese all'osso. Non per gli alunni cacciati dalle mense perché le famiglie sono morose. Sono in migliaia in Italia, costretti all'umiliazione di consumare un panino in classe oppure a tornare a casa per pranzo, stritolati spesso dall'incapacità delle amministrazioni comunali di gestire un buco di bilancio senza farlo pesare sui bambini. Per loro il Garante dell'infanzia e l'adolescenza, Vincenzo Spadafora, ha scritto al presidente dell'Associazione nazionale comuni italiani (Anci), Piero Fassino, invitandolo a trovare insieme una via d'uscita che non sia così miope da non distinguere tra responsabilità delle famiglie e diritto dei minori. «Proviamo - scrive - a vedere la situazione con gli occhi dei bambini». Fassino si è detto pronto a raccogliere l'invito, magari sotto forma di una rateizzazione dei debiti, ma ha anche sottolineato il momento di grave difficoltà dei Comuni e l'esigenza di individuare chi non paga perché in reale difficoltà economica. Il caso più eclatante è a Vigevano, 403 bambini delle scuole dell'obbligo che quando suona la campanella non possono mettersi in fila con i compagni verso il refettorio. Molti di più dello scorso anno quando a mangiare nelle "aule-ghetto" erano in 150. Poco importa il parere contrario degli insegnanti, la giunta e il primo cittadino Andrea Sala, leghisti, hanno sposato la strada dell'intransigenza: i genitori non pagano, i figli non mangiano. Quello che conta è sanare il debito di 118mila euro, senza lasciarsi andare alla comprensione verso chi, in questo momento drammatico, ha meno di altri. Le difficoltà economiche si assomigliano, ma non tutti i Comuni le affrontano allo stesso modo. A Mantova all'inizio dell'anno scolastico, i conti non tornavano. 600mila euro in sette anni alle casse della Cir, colosso della ristorazione, 125 famiglie recidive nel non pagare i bollettini, con debiti tra 300 e 600 euro. Di queste una cinquantina in condizioni disagiate. Sono arrivate tre lettere di sollecito: non tutti hanno pagato, ma per tutti gli alunni le porte della mensa sono rimaste aperte. Laddove non arriva il Comune, a volte può l'inventiva dei singoli: a Noale (Venezia) un padre imbianchino, precario, ha garantito il pranzo ai due figli dipingendo le mura della scuola. Ma la mensa negata è solo uno dei volti della crisi che si abbatte sull'infanzia. I percorsi educativi inciampano in anni di nido o di materne persi per far quadrare i conti in famiglia. A Bolzano 4 madri su 10 hanno rinunciato al prezioso posto nido perché non riuscivano a pagare le rette, legate al reddito e alle fasce orarie. Spese comunque pesanti, per i nidi privati quanto per quelli comunali. Rimane l'esigenza di affidare i piccoli a una struttura che li possa accudire. Le domande di ammissione nel 2012 sono schizzate del 26% rispetto al 2011. Ma alla fine alcuni posti, incrementati sulla stima di crescita delle richieste, sono rimasti vacanti (-5%). Una pioggia di disdette. Il motivo? Il costo mensile troppo alto, da 85 a 400 euro. Stessa aria nelle microstrutture di Bolzano dove sono diminuite le ore erogate per il 2012 (-2%): le famiglie lasciano i bambini in custodia a pagamento ad altri solo il tempo strettamente necessario. Non un'ora di più. Quello che le cronache locali raccontano, si ritrova nei dati nazionali Istat. Il punto è che nelle strutture comunali, finché c'è stato un investimento nel settore, le iscrizioni sono aumentate: fra il 2004 e il 2011 la spesa per asili nido è aumentata del 46,4% e il numero degli iscritti del 37,9%. Nell'ultimo anno scolastico analizzato (2011-2012), per la prima volta dal 2004, si è assistito a un calo dei bambini beneficiari dell'offerta. Lieve (-0,04%), ma indice di un'inversione di tendenza e legato a una drastica contrazione della crescita della spesa (più 1,5%). E così nei "nidi di famiglia", organizzati in un contesto familiare con l'aiuto del Comune: i bambini tra zero e due anni sono diminuiti dell'1,6 %. Sotto i dati dell'Istat, ci sono realtà comunali in cui le difficoltà delle famiglie si traducono in soluzioni drastiche per i più piccoli. Come a Piombino (in Toscana) dove sono calate le iscrizioni all'asilo nido e anche al tempo pieno. Bambini tenuti a casa, non per scelta, ma per necessità in una realtà attraversata da una gravissima crisi industriale. E poi la crisi picchia anche sulle scuole dell'infanzia. I dati forniti dall'Istat fino al 2011 raccontano di iscrizioni in aumento, nel pubblico e nel privato; così a Roma, dove la tendenza vale anche nell'anno appena iniziato. Ma i tessuti locali cominciano a sfilacciarsi. Nel Trevigiano 3mila bambini (su 27.237) non frequentano le scuole statali dell'infanzia o paritarie che siano. Si parla già di "dispersione prescolastica per le enormi difficoltà delle famiglie. ©RIPRODUZIONE RISERVATA