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di Natalia Andreani wROMA È finito in un bagno di sangue l'assalto terroristico compiuto ieri al WestGate Shopping Mall di Nairobi, in Kenya: almeno 39 i morti, più di 150 i feriti - tra i quali numerosi bambini - portati fuori dal centro commerciale sui carrelli del supermercato trasformati in barelle. Dieci ore di panico - tanto è durata la sparatoria - con dieci italiani riusciti a mettersi in salvo nel corso dei drammatici avvenimenti. E a sera sette persone - 36 secondo l'emittente americana Cnn - erano ancora in ostaggio al gruppo armato mentre ai nomi delle vittime di varie nazionalità (africani, asiatici, britannici) si aggiungeva quello di un somalo sposato con un'italiana e da anni residente a Torino. Si chiamava Mohamed Yassin Hersi. Gli hanno sparato a freddo mentre cercava di nascondersi tra i banconi di un negozio assieme alla moglie incinta, Mariam, riuscita poi a fuggire grazie all'aiuto di un altro europeo. L'attentato cui avrebbero preso parte una decina di miliziani è stato rivendicato in tarda serata dagli islamisti somali di Al Shabaab, che già nel 2011 minacciarono un attacco a Nairobi - obiettivo proprio il WestGate – per vendicare la presenza di truppe militari in Somalia. Una pista avvalorata nel corso della giornata da più messaggi postati su Twitter da «Hms Press Office» il braccio mediatico del gruppo jihadista somalo affiliato ad Al Qaeda. «Ricordate Mumbai? Sarà una lunga battaglia», recitava il primo testo diffuso in rete alludendo agli attacchi terroristici simultanei che nel novembre 2008 misero a soqquadro per sessanta ore la città indiana e nei quali persero la vita oltre 160 persone. Più tardi, in un nuovo messaggio lo stesso gruppo ha chiaramente accusato il governo di Nairobi di essere rimasto «sordo» agli avvertimenti lanciati e agli inviti a ritirare il contingente militare dalla Somalia. La formazione armata ha quindi confermato di essere dietro «lo spettacolo in corso». «L'attacco al WestGate Mall è solo una piccolissima frazione di quello che i musulmani somali hanno sofferto per mano degli invasori kenyiani», hanno scritto. L'attacco è iniziato intorno a mezzogiorno, l'ora di punta, quando il WestGate, lo shopping center più grande e lussuoso della capitale kenyota, era affollato di occidentali, cooperanti, funzionari stranieri e famiglie della ricca borghesia locale. Armati di lanciagranate e AK 47, i terroristi hanno iniziato ad aprire il fuoco ai tavolini dell'Artcaffè. «Avevano turbanti in testa, il volto mascherato e non parlavano la lingua locale», hanno raccontato più testimoni scampati alla carneficina. «Ai musulmani dicevano di uscire, agli altri di mettersi da una parte», aggiungono altri frammentari racconti raccolti tra i sopravvissuti. I banditi - nel commando forse anche una donna - sono riusciti a prendere in ostaggio molta gente, tra dipendenti e clienti, e ci sarebbero state anche diverse "esecuzioni": persone giustiziate a sangue freddo con un colpo alla testa, momenti di autentico terrore raccontati da alcuni malcapitati protagonisti praticamente "in diretta", con angoscianti foto, e-mail ed sms inviati a giornali, amici e parenti. «Sono in uno stanzino buio, sul pavimento. Sento sparare. Davanti a me vedo un indiano steso a terra sanguinante. Prego», ha scritto un inglese alla Bbc. Per tutta la giornata dal centro commerciale, assieme ai feriti e alle gente in fuga, hanno continuato a filtrare notizie da brivido. Appoggiato dalle forze speciali e dalle squadre di cecchini alle 20 ora locale l'esercito è riuscito a circondare l'intero complesso e ad isolare il commando mettendo in sicurezza il resto dell'edificio. Uno degli attentatori è stato catturato ed è morto in ospedale per le ferite riportate. Ma sul calare della notte i terroristi non erano ancora stati neutralizzati. ©RIPRODUZIONE RISERVATA