LO STANCO RIPETERSI DEL CAV
di DINO AMENDUNI Non sono direttore di un giornale (e forse proprio per quello che sto per dire non lo sarò mai), ma faccio sinceramente fatica a trovare una sola notizia nell'ultimo videomessaggio di Berlusconi e quindi non ne capisco la centralità che ha avuto su giornali e le televisioni. Politicamente non c'è nulla di nuovo: il governo non è caduto e Forza Italia non ha un nuovo leader. La decadenza da senatore è oramai un fatto acquisito, ma allo stesso tempo l'ex-premier non ha nemmeno annunciato le modalità con cui sconterà la sua pena di un anno per il reato di frode fiscale. Non ci sono (per ora) i servizi sociali, una straordinaria opportunità di comunicazione, di ritorno "tra la gente", il perfetto viatico per il lancio di Forza Italia. Non c'è neanche l'annuncio di matrimonio con Francesca Pascale, la più efficace pietra tombale della stagione del Bunga Bunga, possibile solo in un Paese senza memoria politica e irremediabilmente disponibile al perdono. C'è il solito refrain: la magistratura è il male assoluto, la sinistra aumenta le tasse e la spesa pubblica. Eppure, i sedici minuti di video sono stati il principale oggetto delle attenzioni di giornalisti, editorialisti, comunicatori di ogni forma e colore. La prossemica (il dito per aria, le mani sul petto) il ritmo, il tono, i retrotesti politici, le mille e una conseguenza politica delle sue dichiarazioni, il ritorno al 1994: l'Italia può davvero perdere 24 ore (una settimana, retroscena inclusi) su tutto questo? Ha ragione Claudio Velardi, già spin doctor di D'Alema, già comunicatore politico, ora lobbista senza alcuna nostalgia per la sua vita precedente quando afferma che «questa, d'altronde, è la triste condizione dei cosiddetti comunicatori: chiamati ex-post a commentare cose irrilevanti, particolari per feticisti, disquisendo di una scienza inventata». Se l'analisi della comunicazione è così preminente, ciò non vuol dire solo che esiste un'autoreferenziale distorsione dei media a parlare di se stessi e dei suoi prodotti culturali, ma vuol dire anche che manca la sostanza politica. Cosa è cambiato dopo questo benedetto video? Niente. Il governo è a rischio, hanno dichiarato e titolato tutti: sai che novità, verrebbe da dire. Berlusconi questa volta ha superato il limite. Peccato sia la centoventesima volta circa che si parla di limiti superati senza che nulla sia poi cambiato di conseguenza. È un eversore, dicono dalla sede romana del PD; complimenti per la scelta degli alleati, dicono nei circoli del PD. Il cerino ora sarebbe in mano al centrosinistra. Vero, ma non lo è da ieri, lo è da almeno un paio d'anni di convivenza prima sotto il governo Monti e poi sotto Letta. L'unico aspetto a mio avviso interessante è nei simboli, che spesso raccontano la politica molto più di frasi e gesti. I simboli del videomessaggio di Berlusconi sono vecchi, molto ma molto più decadenti rispetto alla sua carriera politica. Manca un computer, un cellulare, un tablet, un qualsiasi segnale del passaggio dal secondo al terzo millennio. Mancano oggetti di largo consumo, che accompagnano le nostre vite ma che non sono mai pervenuti nel patinato mondo della libreria di Arcore. Il grande comunicatore ha scelto un formato lungo, infinito sia per i tempi televisivi che per quelli di Youtube: chi guarda con interesse un video (politico) di sedici minuti, oggi? Il suo elettorato storico, ha risposto qualcuno. Ma siamo sicuri che il suo elettorato storico non lo abbandonerebbe in un secondo se a sinistra ci si occupasse di qualcosa di più importante, ad esempio del fatto che una scuola su sette ha lesioni strutturali? (indagine di Cittadinanza Attiva resa nota due giorni fa). Questa era la mia notizia di prima pagina. Ma non sono un direttore di un giornale, e quasi certamente non lo sarò mai. ©RIPRODUZIONE RISERVATA