Sanità, con i giochi di parole gli italiani a volte pensano di risolvere i problemi

I due recenti articoli di Giorgio Boatti e di Maurizio Fea sulle parole e sulla sanità mi hanno portato a fare alcune considerazioni che vorrei condividere. Le parole, come già è stato sottolineato da loro, sono importanti anche se, da sempre, ho notato che in Italia, nel nord Europa meno, si tende a chiamare con nomi diversi alcune realtà: una mano lava l'altra, ha preso una bustarella ecc. altrove, dove ci sono delinquenti come da noi, si parla di ladri, corruzione, complicità,truffa, furto ecc. Le vicende processuali di Berlusconi la dicono lunga in materia di parole e giustizia, ma torniamo alla sanità. Condivido il pensiero di Fea, anche se forse espresso, a mio parere, in modo eccessivamente colto e difficile, dell'intento della medicina di abolire idealmente il patire, la sofferenza e se possibile la malattia stessa abolendo il termine paziente, tuttavia non posso non notare la tendenza dei nostri giorni di voler edulcorare la realtà appunto con una terminologia nuova: i disabili sono diversamente abili, gli inservienti in ospedale sono operatori sanitari assistenziali, gli spazzini operatori ecologici e così via. Ricordo che un giorno, mentre ero in ospedale come medico , entrò in ambulatorio un signore 50enne con occhiali scuri ed un bastone sottile, io gli chiesi:"Lei è cieco?" Questi si fece una risata liberatoria e mi rispose che io ero la prima persona che chiamava le cose con il loro nome e che perciò si sentiva a suo agio, odiava la parola non vedente, disse che si sentiva preso in giro. E' un diritto del malato sentirsi a proprio agio in una struttura sanitaria e dal medico.Credo che proprio con questo intento i politici e i vertici del welfare abbiano cercato di trasformare l'immagine degli ospedali,con hostess molto professionali: il paradosso sta nel fatto che i negozi di parrucchieri e le beauty farm siano invece tutte cliniche del capello o di bellezza, con esperti in camice bianco; ho l'impressione insomma che le parole salute, cura, benessere siano usate di più nei centri estetici che sanitari, che si tenda a banalizzare la malattia e a medicalizzare degli atti per la cura estetica della persona. Sono d'accordo con Giorgio Boatti che il termine "persona assistita" non sia l'ideale comunque sempre meglio della trasformazione delle unità sanitarie locali in aziende sanitarie locali che, come tali, dovevano avere non più Pazienti ma Clienti e il medico non doveva tanto risolvere i problemi dei pazienti producendo salute ma doveva e deve sottrarre tempo prezioso al malato per produrre «drg» e far quadrare i conti spesso con escamotage vari, appunto terminologici, quasi sempre in buona fede perché il reparto e l'ospedale riuscisse a sopravvivere ed a farsi rimborsare dalle Regioni, come se le Regioni fossero qualcosa di diverso dallo Stato e lo stato qualcosa di diverso da noi. Per fortuna esistono ancora medici, a Pavia molti, che fanno il medico sul serio, trascurando in parte la burocrazia e regalando davvero il proprio tempo all'individuo che sta male e che è unico, mai un numero statistico; il malato vuole raccontare la propria storia e si augura che dall'altra parte ci sia qualcuno che la ascolti, la analizzi con cura e faccia poi una sintesi del problema andando a pescare nel magazzino della memoria le esperienze precedenti, gli insegnamenti appresi da libri e maestri e dagli ultimi aggiornamenti che il web ci fornisce in tempo reale. A livello di salute non bisogna cadere nella tentazione di fare scienza ma di servirsi della scienza, come non bisogna fare soldi ma servirsi dei soldi. Credo in conclusione che pazienti, utenti o persone assistite, siamo tutti molto fortunati a vivere oggi con la medicina di oggi, a Pavia anche di più.