Obama-Putin, grande freddo al G20
di Andrea Visconti wNEW YORK Barack Obama porta al G-20 di San Pietroburgo la questione dell'attacco alla Siria mentre a Washington si avvicina il momento del voto del Congresso. »Non è la mia credibilità a essere in gioco. Ma la credibilità internazionale», ha detto ieri il presidente Usa durante una conferenza stampa a Stoccolma col primo ministro svedese. «La vera domanda è quanto sia credibile la comunità internazionale quando afferma che le norme internazionali vanno rispettate. E quanto sia credibile il Congresso quando approva un trattato che proibisce le armi chimiche». Alla vigilia del G20, che inizierà oggi a San Pietroburgo, il leader del Cremlino cerca di abbassare i toni come si conviene al padrone di casa e finge di tendere la mano creando l'illusione di un possibile compromesso con l'Occidente su Damasco. Anche Mosca, annuncia conciliante di buon mattino, è pronta ad agire «il più risolutamente e seriamente possibile», senza escludere un'azione militare contro la Siria. Ma le prove dell'uso delle armi chimiche, ribadisce, devono essere «convincenti» e sottoposte al Consiglio di sicurezza dell'Onu, l'unico che può autorizzare l'uso della forza contro uno stato sovrano, altrimenti si tratta di un «atto di aggressione». Obama, che subito dopo la tappa a Stoccolma ha proseguito per il G20, sta invece portando avanti una campagna per convincere sia i membri della Camera e del Senato che i principali alleati Usa che non reagire alla provocazione chimica del regime di Damasco è un rischio che il mondo non può correre. Su questo fronte ha l'appoggio della Francia che ancora ieri ha dichiarato di essere pronta per un attacco in Siria. Lo ha affermato il primo ministro Jean Marc Ayrault aggiungendo che se Assad non sarà punito per quello che ha fatto contro la popolazione civile «le armi chimiche saranno usate nuovamente». Anche la Giordania dà ragione a Obama dicendo che il ricorso alla armi di distruzione di massa da parte di Damasco non può andare impunito. Rimane da vedere come si pronuncierà il Congresso con i primi segnali che danno ragione a Obama. Da Washington emerge infatti che il presidente ha il supporto sia dello Speaker della Camera John Boehner che del capo della maggioranza repubblicana Eric Cantor. Al Senato invece è ancora in dubbio quale potrebbe essere l'esito del voto. Solo ventun senatori hanno detto d'essere d'accordo. Dodici sono decisamente opposti a un attacco mentre i rimanenti sessantesette rimango in bilico, in attesa che lunedì si apra il dibattito. Nel frattempo il Comitato per le relazioni estere del Senato ha pronta una risoluzione da mettere ai voti. La proposta è di dare un limite massimo di sessanta giorni a un'azione militare in Siria con la possibilità che l'arco di tempo venga esteso di non oltre trenta giorni. ©RIPRODUZIONE RISERVATA