LA SFIDA DI PUTIN A BARACK

di GIANCESARE FLESCA Vladimir Putin è stato sprezzante, cinico, quasi un maramaldo quando ha invitato «il premio Nobel Barack Obama a pensare alle future vittime in Siria» prima di lanciare un'azione «assolutamente insensata»sulla quale «è meglio pensarci due volte». E il suo ministro degli Esteri Lavrov ha invitato gli Stati Uniti a fornire «prove convincenti» sull'attacco chimico del 21 agosto, ben sapendo che in realtà Washington non è in grado di mostrare la "pistola fumante" né di convincere il mondo che responsabile del gas nervino è Assad,e non invece i ribelli per ottenere, di fronte all'orrore delle immagini circolate nel web e altrove, un intervento militare occidentale.Il capo del Cremlino si sente in una posizione di forza rispetto all'inquilino della Casa Bianca,isolato nel mondo e nel suo stesso paese, un'"anatra zoppa" già condannato dalla storia per essersi dimostrato un pessimo comandante in capo, privo di autorità e di carattere. Anche se Obama non merita un giudizio tanto severo, Putin avrà gioco facile, al prossimo G20 di San Pietroburgo a metterlo sotto accusa dinnanzi alla comunità internazionale. Rafforzato dalla circostanza che il summit si tiene in territorio russo e con la presidenza russa,l'ex agente del KGB pensa di presentarsi come saggio e illuminato pacifista, benedetto perfino da Papa Francesco, che ancora ieri ha ripetuto il suo no a qualsiasi tipo di guerra. Le cose non stanno esattamente così. Mosca ha riempito di armi d'ogni genere il sanguinario regime di Damasco. Di fronte all'enormità delle vittime (110 mila dall'inizio della rivolta) si è guardata bene dal consigliare ad Assad una maggiore moderazione,nel tentativo sempre più palese di portare buona parte del Medio-Oriente e dell'Asia centrale nella propria sfera di influenza. L'azzardo è pericoloso per l'umanità almeno quanto l'eventuale blitz americano. Nonostante l'iniziale impegno pacifista del primo presidente afro-americano, gli Stati Uniti sono ancora condannati ad essere i gendarmi del mondo, anche se sempre più riottosi rispetto a questo ruolo, come dimostrano le recentissime vicende e i relativi sondaggi. Alla Federazione Russa, nostalgica della grandeur di marca sovietica,questa situazione non va proprio giù. Non abbastanza forti da sfidare la leadership planetaria americana, ma non tanto deboli da rinunciare a un ruolo di potenza almeno nelle colonie del defunto Impero, i russi tengono aperto con Washington un contenzioso che oggi si apre sulla questione siriana, (Mosca conserva a Tartus l'unica base per la sua flotta, arricchitasi ieri di un'altra nave) ma che è tuttora ricco di parecchie questioni irrisolte. Una delle prime riguarda l'accesso al petrolio. Non a caso Mosca sostiene che alla base dell'attacco militare al regime di Damasco c'è la prospettiva di un grande oleodotto che convogli attraverso la Siria il greggio prodotto in Iraq, a favore degli interessi statunitensi in materia, compromessi dalla politica dell'Iran. Altro paese che, in caso di assalto israeliano ai suoi siti nucleari, potrebbe tendere una mano proprio alla Russia. I dissensi fra Obama e Putin,che fra l'altro nutrono una reciproca antipatia personale (con Medvedev andava molto meglio) non si fermano qui. C'è il dossier disarmo che Mosca rallenta ad arte. C'è la questione dei missili e dei centri radar dislocati dagli Usa in Polonia e Cecoslovacchia, secondo gli americani destinati a prevenire un'incursione dal Sud del Pianeta, secondo i russi invece installati per tenere sotto scacco la costellazione scaturita dall'esplosione dell'Urss :oltre la Federazione il Kazakistan, l'Uzbekistan, l'Azerbagjan e via dicendo. A notificare il suo malumore per questi "sgarbi"di Washington, il Cremlino fa sapere ad ogni buon conto di avere schierato alle frontiere i modernissimi missili balistici intercontinentali RS24. Un'altra prova, dopo quella cecena, del "pacifismo" di cui ora si ammanta il nuovo zar moscovita. ©RIPRODUZIONE RISERVATA