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di Fiammetta Cupellaro wROMA Per i giudici della Suprema Corte, è Silvio Berlusconi la mente del meccanismo illecito che, facendo lievitare i costi di Mediaset, ha permesso di intascare 280 milioni di euro commettendo una gigantesca frode fiscale. Depositate ieri, in meno di un mese, le motivazioni della sentenza emessa il primo agosto dalla Cassazione che ha confermato la condanna a 4 anni per Silvio Berlusconi. E per dimostrare la compattezza del giudizio, le motivazioni sono state firmate dall'intero collegio e non solo dal presidente Antonio Esposito e dal relatore Amedeo Franco. Immediata la reazione dell'ex premier che il giorno prima, aveva annunciato il ricorso alla Corte di Strasburgo. «Una sentenza allucinante e fondata sul nulla. Se qualcuno pensa di eliminare con un voto il leader del primo partito allora si sarebbe davanti ad una ferita profonda della democrazia» ha tuonato Berlusconi, mentre per i suoi legali Coppi, Longo e Ghedini la Cassazione ha avuto «fretta di confermare la sentenza emessa a Milano, con una motivazione inesistente, che altro non è che un collage delle precedenti decisioni». Ma le ragioni che hanno indotto la Corte a confermare i quattro anni (di cui tre condonati) sono già nelle mani dei 23 senatori della Giunta per le Elezioni che per primi il 9 settembre si troveranno a decidere sulla sua decadenza da parlamentare in base della legge Severino. Le motivazioni della Suprema Corte poggiano sulle convinzioni a cui erano arrivati i giudici di primo e secondo grado. Ossia che Berlusconi aveva il controllo della situazione su quanto avveniva in Fininvest, anche dopo la dismissione dalle cariche, perché c'erano i suoi uomini che sapevano quali erano le direttive, e che era lui il destinatario principale dei benefici derivanti dall'illecito. «Berlusconi - scrivono i giudici in un passaggio cardine delle 208 pagine – è stato ideatore del meccanismo del giro dei diritti che a distanza di anni continuava a produrre effetti (illeciti) di riduzione fiscale per le aziende a lui facenti capo in vario modo». In particolare, è «pacifica e diretta la riferibilità a Berlusconi nella ideazione, creazione e sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità del denaro separato da Fininvest e occulto». Tale sistema, si legge a pagina 181, «ha permesso di mantenere e alimentare illecitamente disponibilità patrimoniali estere, conti correnti intestati ad altre società che erano a loro volta intestate a fiduciarie di Berlusconi». La Cassazione ripercorre poi il meccanismo illecito: l'esistenza di «un gioco di specchi che rifletteva una serie di passaggi privi di giustificazione. Ad ogni passaggio la lievitazione dei costi era a dir poco, imponente». Per i giudici è poi falsa la tesi difensiva che voleva l'ex premier troppo occupato dagli affari di governo per poter seguire personalmente le vicende aziendali: «E' assoluta inverosimiglianza della ipotesi che vorrebbe tratteggiare una sorta di colossale truffa ordita ai danni di Berlusconi da parte di personaggi da lui scelti e mantenuti, nel corso degli anni, in posizioni strategiche e nei cui confronti non risulta essere mai stata presentata alcuna denuncia». E ancora. «I personaggi chiave sono stati mantenuti sostanzialmente nelle posizioni cruciali anche dopo la dismissione delle cariche sociali da parte di Berlusconi e in contatto diretto con lui – scrivono i giudici – di modo che la mancanza in capo a Berlusconi di poteri gestori e di posizioni di garanzia nella società, non è un dato ostativo al riconoscimento della sua responsabilità. Ha lasciato che tutto proseguisse inalterato mantenendo nelle posizioni strategiche i soggetti scelti che continuavano ad occuparsi della gestione in modo da consentire la lievitazione dei costi di Mediaset a fini dell'evasione fiscale». ©RIPRODUZIONE RISERVATA