ATTENTI ALLA REPLICA DEL 2003

di ALBERTO STABILE I tamburi di guerra risuonano sulla sponda orientale del Mediterraneo. Divise da interessi contrastanti e nuove rivalità, incapaci di elaborare una strategia diplomatica unitaria, la maggiori potenze occidentali, Stati Uniti, Inghilterra e Francia, con il supporto dei signori del petrolio, Arabia Saudita e Qatar, e di una Turchia ansiosa di affermarsi fra i protagonisti della scena internazionale, hanno deciso di bypassare il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, per non soggiacere al veto russo e cinese, ed attaccare la Siria per punire Bashar el Assad, accusato di aver scatenato un attacco chimico contro la sua gente sul quale stanno ancora indagando gli ispettori delle Nazioni Unite. A dettare i tempi di questa drammatica accelerazione della crisi siriana sembra essere l'inglese Cameron che, come hanno tempestivamente fatto sapere i suoi portavoce ha addirittura «interrotto le ferie» per seguire da vicino gli sviluppi. La Francia, sempre in prima fila nella denuncia, come al solito sembra essersi un po' defilata, ma c'è e farà parte della coalizione. La quale, tuttavia, non sarebbe mai nata se Obama non avesse abbandonato la cautela tenuta finora e non si fosse deciso a passare all'azione. Povero Obama, verrebbe voglia di dire. Dopo aver fornito una prova assai modesta lungo tutto il corso della Primavera araba, e sopratutto di fronte alla grave crisi egiziana, prima appoggiando i Fratelli musulmani e poi prendendone le distanze, prima esaltando il cammino verso la democrazia del più influente paese arabo e poi rifiutandosi di chiamare con il suo nome, golpe, l'intervento dei generali egiziani, Obama spera adesso di migliorare il fallimentare bilancio della sua politica estera (soprattutto nei confronti del mondo arabo) cedendo alle pressioni dei falchi, interni ed esterni agli Stati Uniti, che gli chiedono da tempo di mostrare i muscoli contro Assad. Ma il terreno scelto per questa prova di forza è assai insidioso. E non soltanto perché l'ipotesi di un attacco contro le installazioni militari del regime di Damasco condotto da missili cruise lanciati dalle navi americane - questo lo scenario bellico di cui si parla - ha già suscitato la ferma opposizione della Russia e della Cina. Ma soprattutto perché la Siria è al centro di un risiko regionale dove una mossa sbagliata può avere conseguenze inimmaginabili. E ricordiamo che tra le forze in campo che combattono accanto all'esercito fedele ad Assad ci sono anche gli Hezbollah libanesi e alcune centinaia di "consiglieri militari" iraniani. Il rischio di un allargamento del conflitto è implicito. Ora, se per l'alleanza delle potenze occidentali che si accinge ad attaccare la Siria si tratterebbe di affermare un principio morale, quello che vieta nel modo più assoluto di usare armi chimiche contro i civili, per gli alleati di Assad si tratta, invece, né più ne meno che del tentativo disperato e arbitrario dell'Occidente di riequilibrare a favore dei ribelli i destini di un conflitto che li vedeva votati alla sconfitta. In più, nel caso degli Hezbollah, la guerra civile siriana è stata presentata e combattuta come una guerra per la sopravvivenza della minoranza sciita libanese di fronte alle aggressive manovre americane e israeliane. Che faranno gli Stati Uniti davanti alle pressioni di quei governanti israeliani che vorrebbero cogliere l'occasione per neutralizzare una volta e per tutte tanto la minaccia iraniana quanto quella rappresentata dalle milizie sciite libanesi? Ancora una volta, come è successo nel 2003 con le presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, Stati Uniti, Inghilterra e Francia si presentano nel ruolo di depositari della verità e non vogliono sentire ragioni, né aspettare gli esiti dell'inchiesta degli ispettori dell'Onu. Ci vuole sempre un dittatore impresentabile con cui confrontarsi a muso duro per affermare la supremazia dell'Occidente. E Bashar el Assad, per la barbara repressione che ha scatenato contro il suo popolo all'inizio della rivolta, non ha attenuanti. Ma, va ricordato, tanto impresentabile non era se è vero che, appena nel 2010, lo stesso rais siriano ebbe il raro privilegio di assistere alla sfilata del 14 luglio accanto a Sarkozy, sul palco presidenziale eretto sotto l'Arco di Trionfo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA