L'uva americana, i funghi e la mia gioventù
Sono nata nel 1929. Ieri per caso ho scoperto nella mia cascina sopra il garage una vecchia stuoia di cannette, ritirata lì da chissà da quanti anni. Era molto utile, appesa alle travi in soffitta serviva a mantenere sana l'uva americana fino a Natale. Tutta la casa era inondata dal suo profumo. La stuoia si usava anche per fare essiccare i funghi nei mesi autunnali. Mio padre faceva il portalettere a Gambolò, aveva le chiavi dei cancelli della riserva di caccia del cav. Vittorio Necchi. Oltrepassava le frazioni di Stradella e Belcreda poi giungeva nella suggestiva strada panoramica con la Cernaia, il Rottino e il Molino d'isella. Grazie al suo lavoro mio padre poteva entrare in quei sentieri in mezzo al bosco e tra una cascina e l'altra raccoglieva funghi. Quando nel pomeriggio tornava a casa versava il contenuto del borsone sul tavolo della cucina e a quel punto mia madre intuiva che per alcune ore sarebbe stata impegnata nel pulire ed affettare con uno speciale coltellino tutto quel ben di Dio. La stuoia faceva la sua parte: su essa venivano disposte le fettine che, una volta essiccate,erano chiuse in grandi vasi di vetro dal tappo smerigliato da mettere ai buio in dispensa. Il risotto ai funghi, lo spezzatino con funghi e polenta cucinati da mia madre erano favolosi e ancora oggi ne sento la nostalgia. Sono rimasti solo i vasi sopra un mobile nella mia sala: al posto dei funghi ci sono i fiori di tiglio che raccogliamo io e mia figlia. Isabella Mandrino