RICATTO CON ARMI SPUNTATE

di RENZO GUOLO Paradossale, dice il presidente del Consiglio Enrico Letta, sarebbe far cadere ora il governo. Considerazioni razionali irriducibili alle personalissime motivazioni di Berlusconi. La "terra promessa" evocata dal premier nel suo viaggio austriaco, non è la stessa dell'ex-Unto del Signore, che ne sogna una in cui il consenso popolare renda legibus solutus, sovraordinato alla legge, il portatore di carisma straordinario. Un concezione totalizzante della politica, paradossale ma non troppo per chi ha fondato la sua narrazione nei confronti dell'elettore-spettatore sull'esserne professionalmente estraneo. Deluso da Napolitano, Berlusconi manda ora Alfano da Letta come latore dell'ultimatum: o i democratici bloccano la sua decadenza dalla carica parlamentare e non si oppongono alla verifica costituzionale della temibile legge Severino oppure lui ritirerà i suoi ministri dall'esecutivo. Non poteva che finire così, con un ricatto politico. Non si tratta solo di indole, del fatto di riconoscere o meno la sentenza, passaggio essenziale anche se non esclusivo, per aspirare alla clemenza. Quanto, piuttosto, di una dinamica correlata alla stessa leadership del Cavaliere quasi disarcionato e alla forma partito cui ha dato vita. Il partito personale non può sopravvivere all'eclisse, nemmeno temporanea, del suo leader. E' in questo labirinto senza uscita che si è infilata la destra italiana, condannata dal non poter prescindere dalle sorti del suo padre-padrone, come accadrebbe in qualsiasi altra realtà europea. Come se il carisma ritenuto non trasmissibile, rendesse vana ogni altra soluzione. Poco importa a Berlusconi se i duri sacrifici di molti italiani, le aspettative dei mercati, quelle dei nostri partner europei, svaniranno nel nulla in caso di crisi di governo: ciò che conta è evitare un colpo che potrebbe rivelarsi politicamente mortale adesso, in modo da giocare la carta delle elezioni anticipate. La mossa è chiara: mettere sotto pressione il Pd. Sperando che neI suoi ranghi sempre meno monolitici prevalga un realismo politico sconfinante con il cinismo; che all'agognata stabilità sacrifichi il principio della legalità e dell'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Un ricatto smisurato e irricevibile: piegare il diritto, la separazione tra poteri, la Costituzione, per consentire al condannato in via definitiva Berlusconi la salvezza. Una via di fuga solo per lui, poco importa al leader della rediviva Forza Italia delle sorti del pianeta giustizia. Il ritenersi un caso speciale consente di negoziare soluzioni personali. Un baratto che se accolto sarebbe disastroso, destinato a scatenare non solo forti fibrillazioni istituzionali ma anche l'ovvia pretesa di tutti gli altri cittadini a un simile trattamento. Un passaggio che farebbe dell'Italia un paese liquefatto dalla trasgressione elevata a norma per via politica. Se Silvio Berlusconi riterrà insoddisfacenti le risposte di Letta, il governo potrebbe cadere prima del 9 settembre, giorno in cui la giunta del Senato dovrebbe cominciare a discutere della sua decadenza. In modo da permettere alla rifondata Forza Italia di andare a elezioni anticipate da trasformare in un plebiscito sulla sua sorte. Resta un incognita, in questo percorso di guerra. Anche se il Pdl uscisse dal governo, non è detto che Napolitano, ostile a un ritorno alle urne con il famigerato Porcellum, sciolga le Camere. I filogovernativi del Pdl potrebbero non accettare la chiamata all'ordalia indetta dal loro ex-capo. Un Letta bis, magari sostenuto su singoli provvedimenti da parlamentari fuoriusciti dal M5S, potrebbe restare in sella per giungere al semestre di presidenza italiana dell'Unione europea. Gli ostacoli per il Cavaliere sono molti. E non si trovano solo sul Colle più alto. Persino i partiti del Ppe si farebbero sentire per evitare che le vicende italiane si riverberino sull'Europa. Le armi di Berlusconi non sono letali come un tempo e il grande azzardo rischia di lasciarlo con la carta sbagliata in mano. ©RIPRODUZIONE RISERVATA