Le donne alla guida delle proteste
di Bijan Zarmandili wROMA Dagli Stati Uniti all'Europa, dall'Iran sciita alla Turchia e al Qatar sunnita, un po' ovunque i troppi morti in Egitto hanno provocato il timore di un'imminente precipitare della situazione e il rischio di una guerra civile nel punto più nevralgico del Medioriente, quale da sempre è l'Egitto. Washington è sembrata tuttavia la capitale occidentale più prudente nelle sue reazioni, chiedendo all'uomo forte del regime, il generale el-Sissi, di bloccare il «ricorso alla violenza e allo stato d'emergenza», invitandolo a riprendere a dialogare con i Fratelli musulmani con l'obiettivo di raggiungere una «transizione pacifica» verso la democrazia, ma ha anche sottolineato per bocca del portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, che l'amministrazione di Obama continuerà i suoi colloqui con i militari golpisti che hanno deposto Mohammad Morsi. Il segretario di Stato, John Kerry,, ha comunque chiesto la revoca «il più presto possibile» dello stato di emergenza. L'amministrazione americana a suo tempo aveva aperto un chiaro credito politico, ma anche finanziario, nei confronti della presidenza dei Fratelli musulmani e dopo le proteste in piazza e il colpo di Stato militare contro Morsi ha tentennato a prendere una posizione netta a favore degli uni e degli altri. La sostanziale ambiguità della posizione americana è riflessa del resto anche negli atteggiamenti europei: contrari alla deriva islamista della politica di Morsi, ma imbarazzati anche nell'approvare un colpo di Stato militare che ha deposto un presidente democraticamente eletto, anche se sollecitato da una forte protesta popolare. Porre fine alla carneficina nelle piazze del Cairo è stata, infatti, la richiesta di tutti gli interlocutori occidentali dei militari egiziani: lo ha fatto la responsabile della politica Estera dell'Ue, Catherine Ashton, dicendosi «estremamente allarmata» e auspicando il ritorno al dialogo e alla soluzione politica del conflitto; lo stesso è stato il tono usato da Emma Bonino che ha messo l'accento sulla necessità di un compromesso politico per uscire dall'impasse in cui si trova il paese e lo stop alla violenza e il ritorno al dialogo sono state anche le richieste di Parigi, di Berlino, di Londra, della Nato e dell'Onu. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha implicitamente chiesto la partecipazione dei Fratelli musulmani alla gestione del paese: «E' necessaria una riconciliazione inclusiva», ha detto. Politicamente indicativa invece la reazione degli ayatollah iraniani: «In Egitto c'è il rischio di una guerra civile», è stato detto ieri negli ambienti diplomatici in Iran, preoccupati della violenza che a loro avviso è usata da più parti. Quindi, non una condanna unilaterale, ma un quasi avvertimento a tutte le forze in Egitto, la Fratellanza e i militari, che a giudizio della Repubblica islamica devono tornare al dialogo. Con molta probabilità, l'equidistanza di Teheran nei confronti delle opposte fazioni in Egitto è in parte frutto del nuovo corso nella politica estera del paese iniziata con il nuovo presidente Rohani, ma è anche la conseguenza di un timore diffuso nella regione che vede nel precipitare della crisi in Egitto il rischio di una instabilità in tutta l'area. Non a caso, lo stesso Qatar, che ha fornito miliardi di dollari alla Fratellanza egiziana, ieri ha chiesto la fine delle violenze e il ritorno al dialogo. La reazione della Turchia, il paese con ambizioni da potenza regionale, è stata invece di dura condanna dei militari egiziani. Il premier islamico turco Erdogan ha parlato di «massacro» compiuto ai danni dei musulmani, dei loro bambini e delle loro donne, e ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell'Onu e alla Lega araba di intervenire per porre fine alla «feroce e inaccettabile» strage consumata dai militari egiziani. ©RIPRODUZIONE RISERVATA