L'avvocato: «Ho commesso un'oscenità»
di Annalisa D'Aprile wROMA Omicidio volontario premeditato. Lucido o no, Vittorio Ciccolini, aveva già affidato a delle lettere l'intento di uccidere l'ex fidanzata, Lucia Bellucci, 31 anni. A formulare l'accusa contro l'avvocato di Verona è stato il procuratore di Trento, Giuseppe Amato. Un'accusa che si è aggiunta a quelle di occultamento di cadavere e porto abusivo di coltello dopo il ritrovamento, nell'auto del penalista di 45 anni, di due missive indirizzate a delle persone vicine alla vittima. Uccisa con quattro coltellate al cuore la sera del 9 agosto, alla fine di una cena a Mortaso di Spiazzo (Trento), perché dopo una storia durata due anni e finita lo scorso dicembre lei non voleva tornare con lui. «Ho commesso un'oscenità» dice Ciccolini mentre davanti ai pm ricostruisce i suoi movimenti allineando i dettagli di 3 notti passate alla guida dal Trentino al Veneto, scaricando e ricaricando e ancora spostando dal bagagliaio al sedile della macchina il corpo di Lucia. Intanto gli investigatori trovano nell'auto dell'avvocato qualcosa che esclude il raptus di follia omicida. Sette agosto: è la data che riportano le lettere scritte da Ciccolini. Dunque due giorni prima di strangolare e accoltellare al cuore l'ex fidanzata, l'uomo indirizza «ad alcune persone legate da rapporti con la vittima», precisa Amato, degli scritti che raccontano «con estrema lucidità rapporti conflittuali» con Lucia, di una sorta di "omicidio morale" che l'estetista marchigiana avrebbe commesso nei confronti del suo ex. Le lettere riportano poi minacce rivolte alla donna e parlano anche di un secondo omicidio. E proprio questo, secondo il pm, potrebbe essere il riferimento all'intenzione di volerla uccidere. Per l'avvocato che lo difende, Guariente Guarienti, che poi è il collega dello studio veronese in cui Ciccolini esercitava, si sarebbe trattato di un momento di follia. E poi racconta del tormento del collega: "Vittorio negli ultimi tempi era cambiato. Era molto tormentato, anche se essendo una persona riservatissima, faceva capire poco».E drammatico, a tratti macabro, è il resoconto che il penalista fa della notte del delitto. Guidando sulla sua bmw cabrio per quasi 200 chilometri con Lucia adagiata sul sedile accanto a lui, morta, ha pensato al suicidio. Ma poi ha peregrinato per 48 ore di albergo in albergo. Fino a lasciare l'auto con dentro Lucia, coperta da un telo, nel garage della madre a Verona. Un biglietto a studio con su scritto «perdonatemi». E la sua fuga interrotta lunedì dai carabinieri ai Bastioni di Verona. ©RIPRODUZIONE RISERVATA