Soci e banche, La Versa al bivio
di Fabrizio Guerrini wSANTA MARIA La La Juventus, il Giro d'Italia, la grapperia, la rotonda d'autore, ma soprattutto Montescano e il credit crunch: se si chiede in giro come ha fatto una Cantina sociale a trasformarsi da regina dello spumante a vecchia baronessa che non si regge in piedi , l'elenco che ti fanno è sempre questo. La storia è quella dell'unica Cantina sociale che non è una coop, ma è una Spa. La storia è quella di 700 soci che continuano a lavorare le vigne della Val Versa , solo che ad ogni vendemmia è sempre meno il loro Pinot nero e grigio che finisce a fondo valle, ma imbocca l'ex provinciale, svolta a sinistra e si dirige a Broni, all'altra Cantina sociale. Da qui la lettera inviata nei giorni scorsi dal cda: più che un monito a rispettare lo statuto, sembra un appello di sopravvivenza. Intanto, però, il piccolo socio non ce la fa più a sopportare la crisi e le promesse di rilancio. «Come se un operaio finisse il suo mese di lavoro e vedesse lo stipendio solo al 27, ma di un anno dopo» dice uno dei vigneron della zona. Eppure la Cantina fino al 2005, sia pure con qualche affanno , ha sempre garantito il reddito all'intera vallata. Poi lo stallo. Dieci anni fa a Santa Maria si lavoravano 90-100mila quintali d'uva, adesso a stento 30mila. C'erano 43 dipendenti che, adesso, sono in cassa integrazione a chiamata; il taglio del fatturato viaggia in zona negativa, con un picco del meno 20 per cento dello scorso anno. Un bilancio che gira attorno ai 10 milioni di euro (dai 13 di due anni fa) e che è sotto lo schiaffo di un debito storico che si è materializzato a fine anni Novanta. Ovvero quindici milioni di euro. Quelli, si dice, accumulati quando La Versa decise di fondersi con la Cantina sociale di Montescano. Sembrava una mossa giusta per una Spa in espansione. Mossa gradita dalle banche e anche, pare, dalla Regione. Solo che presto ci si accorse che Montescano era una scatola vuota: senza soci e con debiti da saldare. Restavano le mura che, pare, non erano neppure buoni per trasformarli, come è accaduto, in un wine point e un magazzino. Agli inizi degli anni Duemila scossa ai vertici. Entra nel cda Giancarlo Vitali, presidente della Fondazione comunitaria (ovvero Banca Intesa), manager gradito alla banca che più di ogni altra ha sempre tenuto a galla il vascello un tempo comandato dal Duca Antonio Denari, il compianto ammiraglio del Metodo Classico. Il debito comincia a contrarsi, ma le mosse già fatte, pesano . Come è la sponsorizzazione dell'operazione Juve a Salice. Si parla di almeno mezzo milione di euro sborsate da La Versa. L'accordo è biennale (2004-2005): salta subito nel 2004, tagliato da Vitali divenuto presidente. Intanto però i soldi sono usciti e la Versa non va in gol, così come non si erano avuto riscontri positivi dai soldi spesi per il Giro d'Italia. Il marchio però tiene: la dirigenza cerca di rafforzarlo. Si arriva al centenario del 2005 con la Regina che non ride, ma resiste. Ma da quel punto in poi gli errori fatti (come quello, si dice, di aver avviato a fine anni Novanta una grapperia solo per far concorrenza a quella aperta a Montù da un ex dirigente della Cantina) e i lussi (la rotonda-monumento di Montescano costata 200-300mila euro con l'opera del grande scultore Carlo Mo) si pagano più cari. Colpa del credit crunch, ovvero della stretta creditizia. Il problema è mondiale, il problema è anche di Banca Intesa, il maggior creditore di La Versa. L'istituto diventa meno tollerante nei tempi di ripianamento del vecchio debito. «In questo quadro e nel più ampio contesto di una profonda crisi del mercato dei prodotti vitivincoli, la Società, nell'agosto 2012, ha proceduto alla sottoscrizione con il ceto bancario di un accordo di riscadenziamento del debito in funzione di un piano industriale al cui interno, tra l'altro, è di essenziale importanza che la Società riceva conferimenti in linea con gli obblighi statutari»: è uno dei passaggi chiave della lettera ricevuta ora dai soci. Per statuto almeno il 60 per cento dell'uva deve andare alla Cantina. Negli ultimi anni, però, il 60 per cento dell'uva raccolta dai soci non è mai arrivata a S. Maria. La banca preme, senza contare che senza l'uva , non si fa il vino che dovrebbe essere commercilizzato grazie al patto siglato di recente con il colosso Caviro. Senza il rispetto del piano industriale, la rete di protezione bancaria verrebbe meno. E sarebbe fallimento. «Senza la Cantina, crollerebbe un inteso sistema socio-economico e alla fine si farebbe il gioco di chi vuole la nostra uva»: dicono a La Versa. Il 19 agosto la Cantina riapre. Si comincerà a raccogliere il Pinot. A quel punto si capirà se la lettera avrà lasciato il segno o se i vigneron della Val Versa, fatti due conti, preferiranno portare solo un poco d'uva a Santa Maria e il grosso altrove. A Broni si dice già che il «grigio» verrà pagato 90 euro al quintale. Di certo con saldo a fine novembre: così ha assicurato il top manager di «Terre», Livio Cagnoni. Qualcuno lo chiama «Napoleone»: perchè è il più abile e non perde una battaglia in fatto di uve e vendemmie. «E garantisce un reddito ai chi porta l'uva» aggiunge il vigneron. E che La Versa sia un vecchio pallino dei bronesi non è un fatto nuovo: il sogno è quello di un enopolio che riunisca tutte le Cantine sociali. «Perchè la Cantina – ha dettoil presidente di Terre Antonio Mangiarotti – è lo stipendio del piccolo coltivatore». Cantine sociali tutte unite: La Versa però non è una coop, ma una Spa che continua, intanto, a perdere uva. Alla fine, spiegano a Santa Maria, la fusione, fredda, si farebbe lo stesso lasciando uno storico marchio senza più vino: «Per questos tiamo giocando la battaglia decisiva, noi non molliamo».