Le urla di dolore dei familiari nello strazio della camera ardente
Qualcuno è stato riconosciuto dalla fede nuziale, qualcuno altro da un pezzetto di abito che indossava. E c'è chi è stata individuata perfino dallo smalto, «se l'era messo bello, per la gita». La mamma di Teresa, alla sua «piccola» non ha potuto dare un ultimo bacio, non aveva più la testa. Mentre Mario portava ancora la sua catenina, quella con la medaglietta con il volto di Gesù. No, non è stato facile riconoscere le vittime della strage di Monteforte Irpino: i loro corpi erano straziati, i volti irriconoscibili. I figli, i genitori, tra quelle bare sono passati più e più volte. Ed è stato grazie ad un dettaglio che sono riusciti a dire: sì, è lui, sì è lei. Le urla di dolore si sono ripetute, per ore e ore. Senza sosta, senza tregua. I primi parenti delle 38 vittime sono arrivati nel cuore della notte. E sono rimasti immobili nel cortile della scuola Aurigemma, davanti a quella che prima era una palestra e oggi si è trasformata in una camera ardente. Benvenuti nel girone dell'inferno, sembravano dire i loro volti a chi è arrivato quando la luce del giorno ancora non si intravedeva. Mena è rimasta a dondolarsi sulla sedia per tutto il tempo. Era sicura che il cognato fosse morto, ma la sorella no «lì dentro dicono che non c'è, magari la trovano, viva». L'hanno trovata, morta, in ospedale. E quando l'ha saputo Mena ha iniziato a urlare con tutto il fiato che aveva in gola «perché era ancora viva quando l'hanno tirata fuori, poteva salvarsi». Maria Carannante aveva chiamato la figlia Elisabetta alle 17.30: «Mi aveva detto che si era divertita a fare il bagno alle terme di Telese e ci voleva tornare». Anche Mario, 36 anni, aveva ricevuto una telefonata da sua manma Barbara: «Voleva sapere cosa mi ero preparato per pranzo». Barbara è morta insieme al marito Alfonso, 53 anni lei, 69 lui.