«Lui gestì gli arresti e uccise due uomini»
ROMA Erich Priebke è stato condannato all'ergastolo per il suo ruolo attivo nell'eccidio delle Fosse Ardeatine, 335 persone uccise dai tedeschi il 24 marzo 1944 come reazione all'attacco partigiano di via Rasella. Conclude la Corte d'Appello militare nella sua sentenza del 1998: Priebke «collaboratore di fiducia e della prima ora del Kappler (l'ufficiale delle SS che guidò l'eccidio, condannato all'ergastolo nel 1948 e morto nel 1978, Ndr), aiutò costui in tutte le fasi dell'eccidio, preparatorie ed esecutive, anche provvedendo ad uccidere personalmente due uomini, per dare l'esempio alla truppa ed evitare che questa manifestasse incertezze e tentennamenti, pregiudizievoli del buon esito di tutta l'operazione». In particolare fu compito di Priebke "gestire" l'elenco delle persone da assassinare, spuntando i nomi via via che si procedeva con le fucilazioni. Ecco come racconta quello che successe alle Ardeatine un ufficiale tedesco, il sottotenente Guenter Amonn che, quando venne il suo turno, non ce la fece a sparare: «All'arrivo alle fosse Ardeatine i prigionieri erano fatti scendere dal veicolo. Io fui quindi messo come sentinella in via Ardeatina. Non vidi che cosa accadde ai prigionieri che io avevo scortato: ero posto dalla parte delle fosse Ardeatine verso Anzio, non udii colpi di arma da fuoco. Allorché mi avvicinai alle cave vidi circa 20 civili sorvegliati da soldati tedeschi vicino all'entrata della cava. Il capitano Schutz vedendomi mi chiese se ero stato dentro. Quando gli risposi in senso negativo mi ordinò di entrare subito. Io entrai nelle cave e procedetti lungo i tunnel. Quando raggiunsi la congiunzione con un altro tunnel vidi un mucchio di corpi apparentemente morti giacenti uno su l'altro per terra. Tutti avevano le mani legate dietro la schiena ed erano bocconi. Vi erano quattro o cinque tedeschi accanto all'ammasso dei corpi. Secondo me vi erano circa 200 morti nel mucchio. Pochi minuti dopo vidi altri cinque civili scortati lungo i tunnel da cinque tedeschi. Questi civili avevano anche loro le mani legate dietro la schiena, essi erano costretti ad inginocchiarsi accanto al mucchio dei corpi. A questo punto il capitano Clemens, che era presente, mi ordinò di pormi dietro ad uno dei prigionieri per sparargli. Quattro altri tedeschi si misero dietro gli altri quattro prigionieri. Il capitano Clemens ci diede quindi l'ordine di alzare i nostri mitra e di sparare sui prigionieri. Io alzai il mio mitra ma ero troppo spaventato di far fuoco. Gli altri quattro tedeschi spararono un colpo ognuno alla nuca degli altri quattro prigionieri che caddero in avanti. Vedendo lo stato in cui mi trovavo un altro tedesco mi spinse via e sparò sul prigioniero sul quale avrei dovuto sparare io». (p.v.b.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA